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«Fisco più leggero per chi ricapitalizza»

«Il problema non è soltanto sistemare il passato, ma il futuro. Per questo, oltre a trovare una soluzione per alleggerire il peso dei crediti irrecuperabili sui bilanci bancari, la priorità è porre rimedio ad un punto di debolezza cronico delle imprese italiane: la sottocapitalizzazione». Roberto Poli, professionista milanese da oltre 40 anni crocevia dei rapporti tra banche e aziende, ritiene che una ripresa vera ci sarà solo creando le condizioni per una grande operazione di crescita del patrimonio delle piccole e medie aziende. In passato, grazie al credito bancario, ha funzionato un capitalismo povero di capitali investiti nelle imprese. «Ma adesso l’ampio utilizzo dei finanziamenti delle banche da parte delle aziende non è più possibile e occorre un cambio di passo», spiega Poli, «perché gli istituti devono rispettare regole standard che limitano la concessione dei crediti. La crisi ha fatto saltare i rapporti tradizionali tra andamento delle imprese e accesso al credito. Nello stesso tempo la Banca centrale europea ha imposto regole stringenti alle banche che, a cascata, hanno dovuto limitare l’ammontare complessivo dei crediti alle aziende. Per questo occorre rimediare con interventi d’emergenza come un pacchetto d’impatto e coraggioso di agevolazioni fiscali che favoriscano l’immissione di capitali». 
La premessa è disinnescare la mina rappresentata da 350 miliardi di crediti problematici di cui 190 sono già sofferenze registrate come tali…
« In questo caso si sta andando verso i provvedimenti necessari: la revisione della legge fallimentare, che dev’essere organica e completa. La bad bank, in cui far confluire i crediti irrecuperabili, andava organizzata nel 2012 come ha fatto la Spagna. Ormai probabilmente è troppo tardi«.
Perché occorre fare di più?
«Soltanto lo sviluppo delle imprese crea occupazione e, di conseguenza, vanno create le condizioni per cui esse possano avere una struttura finanziaria e strategica adeguata».
Qual è la portata degli interventi?
«Il governatore della Banca d’Italia ha stimato la sottocapitalizzazione delle imprese in 200 miliardi di euro. Di sicuro hanno un rapporto tra debiti e capitale molto sfavorevole rispetto alle medie europee. Oggi occorre voltare pagina e devono farlo banche, imprese e lo Stato. Le banche devono assicurare tempestività degli interventi e, al loro interno, riorganizzarsi unificando la gestione ordinaria con il recupero crediti in modo da utilizzare competenze manageriali nell’azione di recupero. Poi occorre la disponibilità a convertire una parte dei loro crediti in capitale quando gli imprenditori sono pronti a investire nelle aziende. Lo Stato deve accompagnare questo processo di cambiamento assicurando la certezza del quadro normativo, specialmente in campo fiscale, e prevedendo strumenti agevolativi per incentivare la ripatrimonializzazione delle imprese».
Tutto questo è sufficiente per assicurare la ripresa?
«Di sicuro è una condizione indispensabile, da realizzare subito. Si valuterà poi quali aggiustamenti apportare».
La dimensione delle imprese è adeguata?
«Sicuramente no e, anche su questo fronte, è necessario intervenire con strumenti innovativi per favorire le concentrazioni. Soggetti pubblici o parapubblici devono promuovere aggregazioni nei settori più trainanti con interventi nel capitale delle imprese, per esempio tramite il Fondo strategico italiano, ma soprattutto con azioni di coordinamento delle banche e degli imprenditori interessati, coinvolgendo anche i fondi pensione. Il tutto avendo l’obiettivo dell a quotazione».
Come procedere?
«Occorre una cabina di regia che non abbia il baricentro su un singolo ministero e che sappia operare con un gioco di squadra autentico. Le prospettive sembrano migliorare, ma guai a distrarsi. In tempi straordinari servono strumenti straordinari, ricordando ogni giorno che il problema dei problemi, la disoccupazione, non può attendere. Penso ad una sorta di Development bank, sul tipo della Export bank approvata dal governo per favorire le internazionalizzazioni, a capitale pubblico e privato, che abbia all’interno competenze industriali specifiche».
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