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Fisco Per avere meno evasione, servono più conflitti (d’interesse)

Sviluppo e occupazione, Pil e crescita; sono queste le esigenze principali per il nostro Paese. Purtroppo, tra i vari primati negativi, abbiamo un dato che ci differenzia profondamente dagli altri paesi, compresi quelli mediterranei: l’elevata evasione fiscale e il lavoro sommerso. E’ questo uno dei freni principali al nostro sviluppo; freno, perché rende negativi molti indicatori economici (occupazione, crescita del Pil e conseguenti rapporti spesa/Pil, debito/Pil) che a loro volta ostacolano la concessione di «flessibilità» per il bilancio pubblico e rendono poco appetibili gli investimenti esteri. 
Secondo i dati emersi da vari rapporti il nero vale quasi un terzo del Pil (oltre 500 miliardi secondo l’Eurispes) il che significa sottrarre allo Stato circa 180 miliardi di imposte e tasse (stima condivisa da Ocse, Corte dei Conti e Bankitalia). Deteniamo il record in Europa, battendo pure la Grecia.
Come fare per recuperare una quota di Pil sommerso e un po’ più di occupazione regolare? L’unica soluzione realistica è l’introduzione del «contrasto di interessi», assai avversato dai burocrati di Stato che vorrebbero eliminare il contante, aumentare il numero di dipendenti delle Entrate, dei finanzieri e imporre studi di settore ormai, purtroppo, slegati dalla dura realtà economica.
La domanda
Dobbiamo però prima rispondere a una domanda: «l’italiano è un evasore nato?». Un po’ sì. Ma una colpa c’è l’ha certamente il nostro sistema fiscale. Prendiamo il lavoratore che ha un reddito lordo in busta paga di 1.750 euro al mese, circa 1.200 netti. Come spesso capita si trova nella necessità di pagare una manutenzione; può essere il meccanico, l’idraulico, il tecnico del riscaldamento o altro. Prezzo della riparazione 1.000 euro che con fattura (l’Iva anche sulla manodopera, indeducibile per le famiglie) diventa 1.220 euro; senza fattura meno di 900! Poiché nessuno vuole fare «l’eroe fiscale», il risultato è (stima) che solo due prestazioni su 10 sono con regolare fattura e spesso anche quando questa viene fatta lo Stato non ha possibilità di controlli incrociati poiché né il lavoratore né il pensionato possono metterla in dichiarazione dei redditi e quindi ci sono i furbi che fanno pagare l’Iva con un bollettario di comodo, e poi si incassano anche questa.
L’alternativa
Cosa fare allora? Riporto qui la proposta che avevo fatto qualche anno fa.
1) Introduzione sperimentale per un periodo di due anni della deducibilità per le famiglie di 5/6 mila euro l’anno (modulabili in base ai componenti il nucleo familiare) su alcune prestazioni ben identificate (riparazioni di auto, moto e biciclette, lavori elettrici, idraulici, di tappezzeria, imbiancatura, riscaldamento, mobili, collaboratori domestici, affitti ecc) con riduzione dell’Iva al 5% (almeno per la parte relativa alla manodopera);
2) a fronte di fattura giustificativa, (pene severe per chi emette/dichiara fatture false) le famiglie potranno dedurre dalla dichiarazione o ridurre il prelievo fiscale comunicando le deduzioni al datore di lavoro;
3) dopo i due anni sperimentali, in caso di mancanza di risultati, si potrà tornare al regime odierno .
I risultati
Vediamo i vantaggi per il nostro lavoratore (o pensionato): se effettua spese per 5.000 euro pagherà sì 250 euro di Iva, ma potrà dedurre ad aliquota marginale (supponiamo il 27%) i 5.250 euro, recuperando una «quattordicesima mensilità» di ben 1.417 euro (meglio di qualsiasi quoziente familiare o 80 euro) .
E lo Stato? Sotto il profilo Iva, se è vero che ogni 10 prestazioni se ne fatturano meno di due, l’incasso passerebbe da 44 a 50 (2 prestazioni al 22% contro 10 al 5%) ma anche se fosse pari sarebbe comunque neutro. In termini di Irpef, il prestatore del servizio pagherebbe sul fatturato un’aliquota almeno pari a quella che il fruitore della prestazione ha dedotto, ma è probabile che scatti quella successiva. Nel primo caso quello che viene dedotto dal dipendente viene pagato dal prestatore d’opera e quindi otterremo finalmente una più equa redistribuzione del carico fiscale tra chi è soggetto alla ritenuta alla fonte e chi può decidere che reddito dichiarare. Nel secondo caso lo Stato incasserebbe di più. Ma con questa proposta si pagheranno finalmente i contributi sociali (oltre 24 miliardi di euro). Tutto ciò potrebbe far emergere un po’ di Pil (diciamo 3 punti? Circa 47 miliardi?), un po’ di occupazione (fossero 300 mila saremmo già in ripresa); infine migliorerebbero i rapporti Spesa/Pil, debito/Pil. E, migliorando le entrate contributive, avremo meno pensionati da integrare con soldi pubblici (oggi sono più di 7 milioni). Perché non tentare?
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