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Fisco, le pagelle di congruità

di Cristiano Dell'Oste, Marco Mobili e Giovanni Parente

Negozi, aziende, professionisti: due su dieci sono fuori linea rispetto agli studi di settore. Detto diversamente, non raggiungono i risultati economici che il Fisco si aspetterebbe, e rischiano di finire sotto controllo.
Il numero dei contribuenti «non congrui» – che Il Sole 24 Ore è in grado di presentare in queste pagine – consente di leggere in profondità il bilancio complessivo degli studi di settore relativo all'anno d'imposta 2009, reso noto nei giorni scorsi. Di fatto, i risultati variano molto a seconda dell'area geografica e del tipo di attività economica. Le Spa e Srl, a esempio, sono più lontane dai valori "giusti" rispetto alle persone fisiche. Allo stesso modo, le aziende e gli autonomi del Sud fanno più fatica di quelli del Nord a centrare gli obiettivi di ricavi fissati dal Fisco.
Nella provincia sarda dell'Ogliastra – record negativo in Italia – risulta fuori rotta addirittura un contribuente su tre. La spiegazione, forse, può essere rintracciata nel Bollettino regionale della Banca d'Italia, secondo cui proprio nel 2009 «si è aggravata la fase recessiva dell'economia». È vero che gli studi sono stati corretti per tenere conto della situazione economica, ma probabilmente nelle aree più povere è rimasta comunque una certa distanza tra il reddito "ricostruito" dal Fisco e quello effettivamente incassato dal contribuente.
Sarebbe semplicistico e sbagliato, infatti, fare un'equazione diretta tra «non congruità» ed «evasione fiscale». Piuttosto, si tratta di un indizio che può far scattare ulteriori approfondimenti. E del resto non si può affermare che sia tutto in regola neanche la dove tutti (o quasi) sono in linea con gli studi di settore. Lo dice a chiare lettere anche la Corte dei conti nel Rapporto 2011 sul coordinamento della finanza pubblica: secondo i magistrati contabili, di fronte al dato dei contribuenti congrui, bisognerebbe «verificare se ciò non dipenda anche da fattori almeno in parte legati a una maggiore capacità dei contribuenti di padroneggiare i vincoli imposti dallo strumento, senza che ciò si traduca in effettiva compliance».
Per intenderci, un'impresa ligure o lombarda – tanto per citare le due regioni più virtuose – potrebbe riuscire ad allinearsi alle richieste del Fisco senza troppe difficoltà. Proprio per questo, le manovre finanziarie della scorsa estate hanno cercato di colpire chi bara nella compilazione del modello per gli studi di settore: sanzioni più severe, alle quali si accompagnano armi più affilate a disposizione dell'amministrazione.
Oltre che in chiave territoriale, la mappa dei contribuenti fuori linea può essere letta anche in base alla forma societaria: a fronte di un dato medio del 19,5% sui tre milioni e mezzo di soggetti esaminati, la percentuale sale fin sopra il 29% tra le società di capitali. Pesano probabilmente le maggiori rigidità contabili, che rendono più difficile l'adeguamento (cioè quell'operazione in base alla quale il contribuente dichiara di più per rientrare nel parametri del Fisco). Ma incidono anche altri aspetti, come ad esempio il fatto che nella realtà economica italiana molte Srl siano utilizzate per gestire patrimoni o per svolgere la funzione di holding: in questi casi – così come nelle situazioni di società inattive o operanti a scartamento ridotto – adeguarsi è spesso impossibile.
Ad ogni buon conto, ora il Fisco ha una carta in più da giocare per scoprire se dietro la «non congruità» si nasconde veramente l'evasione fiscale: l'incrocio con i dati dei conti correnti, previsto dal decreto salva-Italia.

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