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Fisco, la prima resa di Facebook «Tasse pagate Paese per Paese»

Mentre avanza la crociata fiscale contro i giganti di Internet, Facebook cambia e annuncia che contabilizzerà i ricavi pubblicitari non più solo a Dublino, dove c’è la sede internazionale, ma a livello locale dove sono realizzati. Quindi, per quel che ci riguarda in Italia, dove il «nuovo corso» comincerà da metà 2018, mentre negli altri 25 Paesi dove il social network è presente sarà completato entro la prima metà del 2019. (I tempi lunghi sono richiesti soprattutto dalla riscrittura dei contratti).

Il cambiamento della struttura, che sposta le vendite — e quindi la tassazione — dall’Irlanda ai singoli mercati, però non significa che il gruppo fondato e guidato da Mark Zuckerberg pagherà automaticamente molte più tasse di oggi, rispetto ai suoi fatturati miliardari. «Se Facebook cambierà soltanto la struttura delle vendite e il flusso commerciale, senza modificare in modo rilevante le funzioni svolte, gli asset utilizzati e i rischi assunti, anche la tassazione non subirà variazioni significative», sostiene Carlo Galli, partner dello studio Clifford Chance e responsabile del dipartimento fiscale in Italia. Però è un passo nella direzione giusta. «Nel momento in cui la fiscalità diventa anche una questione di immagine, è importante presentarsi con un modello di business più chiaro», valuta l’avvocato.

Questo è il senso dell’operazione annunciata con un post da Dave Wehner, chief financial officer di Facebook. «Riteniamo che il passaggio a una struttura di vendita locale fornirà maggiore trasparenza ai governi e ai policy maker di tutto il mondo che hanno chiesto una maggiore visibilità sui ricavi associati alle vendite che vengono supportate localmente nei rispettivi Paesi».

Il ministero delle Finanze, che si prepara a varare nella manovra di bilancio la prima Web tax in Europa, puntando a un prelievo del 6% sui ricavi, ha apprezzato la svolta, definendola «molto positiva». Si tratta di «un cambiamento importante, che va nella direzione giusta: assicurare che i redditi siano dichiarati e tassati dove vengono prodotti», hanno spiegato fonti del Mef, rivendicando il ruolo propulsivo dell’Italia in sede Ue e all’Ocse per tassare l’economia digitale.

Un rapporto del Parlamento europeo valuta che tra il 2013 e il 2015 la Ue ha perso gettito per 5,4 miliardi solo per i mancati versamenti di Google e Facebook. Secondo uno studio di R&S Mediobanca, tra il 2012 e il 2016, i giganti del software e del web hanno eluso nel complesso 46 miliardi di euro, 69 se si aggiunge Apple. Il «risparmio fiscale» avviene essenzialmente attraverso l’utilizzo di sedi internazionali che garantiscono tassazione agevolata (in Europa soprattutto Irlanda, Olanda e Lussemburgo). Facebook, per lo studio, ha un «tax rate» dell’1% sulle attività nei Paesi al di fuori degli Stati Uniti.

Ma che la novità annunciata dal gruppo di Menlo Park si traduca in un gettito molto più alto — come continua a chiedere pure la commissaria Ue alla Concorrenza Margrethe Vestager — però non è scontato. Lo dimostra l’esempio della Gran Bretagna, dove Facebook ha deciso di contabilizzare i ricavi pubblicitari già nel 2016, (lo fa anche in Australia). L’anno scorso il gruppo californiano ha pagato al fisco inglese 5,1 milioni di sterline, in salita rispetto alle 900 mila sterline dell’anno precedente, ma troppo poco rispetto all’esplosione dei ricavi (ma va detto che il gruppo ha beneficiato di alcune agevolazioni fiscali che ne hanno mitigato il conto fiscale). E in ogni caso, Dublino continuerà a essere il quartier generale internazionale.

Giuliana Ferraino

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