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Fisco invincibile coi dati bancari

di Giuseppe Ripa 

Dal 1° gennaio 2012 gli operatori finanziari hanno l'obbligo di comunicare all'anagrafe tributaria ogni movimentazione che ha interessato i rapporti e ogni informazione necessaria per i controlli fiscali, nonché l'importo delle operazioni stesse. L'Agenzia potrà utilizzare tale documentazione per andare a scovare i contribuenti a maggior rischio di evasione.

Facile prevedere cosa accadrà: i movimenti in entrata e in uscita non giustificati come ininfluenti ai fini reddituali, si sommeranno tout-court a quanto dichiarato in una sorta di gioco d'incastro che, tuttavia, incastra solo il contribuente.

Si è sempre sostenuto che l'imposta deve essere equa e rispettosa del principio della capacità contributiva costituzionalmente garantito. Ma, allo stato dell'arte, soprattutto le indagini finanziarie evocano un'imposta dal carattere espropriativo in quanto estrogena e foriera di creare reddito imponibile sulla base di interventi legislativi opinabili, interpretazioni di prassi eccessivamente partigiane e giurisprudenza di legittimità arroccata a difendere il gettito fiscale.

A questo punto la strategia difensiva diventa fondamentale sia per il contribuente che per il professionista coinvolto. Infatti le indagini finanziarie potrebbero portare a un risultato aberrante laddove, per distanza dei fatti e per la fragilità delle prove contrarie da apporre alle presunzioni legali relative al Fisco, esse sconfinino nel pagamento di imposte non legate alla effettiva capacità contributiva.

La difficoltà per il contribuente di vincere la presunzione legale, seppur relativa, che su di lui grava tramite la prova contraria è angosciante. Si assiste infatti a una inversione dell'onere della prova praticamente irragionevole e impossibile. Sia perché si vorrebbe oggi provare fatti e accadimenti lontanissimi nel tempo; sia perché non tutta la documentazione, eventualmente prodotta, la si riconosce a discarico.

L'art. 24 della Costituzione è chiaro nell'affermare che «la difesa è un diritto inviolabile» e i limiti al mezzo di prova sono ammissibili solo se possono raccordarsi con tale precetto costituzionale. In sintesi, la prova, qualunque essa sia, non può ritenersi tale se poi, per difficoltà o altro, essa rischia di ingenerare imposte espropriative (Ctp Pescara, sez. 4, ordinanza 14 dicembre 2010, n. 360). Ma vi è un dato inconfutabile che non occorre dimenticare: l'accertamento del diritto di pretendere maggiori imposte non deve essere assoggettato a limiti o condizioni che ne rendono impossibile o irragionevolmente difficile l'esercizio di difesa. Proprio quello che accade in materia di indagini finanziarie. In tale ambito si assiste alla necessità per il contribuente di integrare la prova addotta nel rispetto del dato normativo (per esempio: in quanto ritenuta insufficiente quella indicante il solo e mero soggetto beneficiario).

Concludendo quindi sul punto del risultato delle indagini finanziarie, ben potrebbe adombrarsi la violazione del principio di capacità contributiva nel senso accennato e riproporlo in queste forme nel momento in cui, per l'appunto, il reddito imponibile presuppone o auspica una imposta di tipo confiscatorio e sanzionatorio tanto da renderla spoliativa di gran parte o di tutti i beni del verificato. Non di meno un evento del genere ben potrebbe altresì configurare una violazione dell'art. 1 del protocollo aggiuntivo alla convenzione dei diritti dell'uomo (tutela dei diritti proprietari) in combinazione con l'art. 17 afferente al divieto dell'abuso di diritto in guisa da investire la Corte di Strasburgo dato che la convenzione sui diritti dell'uomo viene parimenti richiamata nell'art. 6 del Trattato Ue di Lisbona.

Tutto gira attorno alla prova contraria adducibile dal contribuente la quale, come si è detto da tempo, appare irragionevole ed impossibile a rendersi. Da qui la lesione del diritto pieno e non monco alla difesa come ha opportunamente evidenziato l'ordinanza della Commissione tributaria provinciale di Pescara su richiamata. Da qui la necessità di rivolgersi altrove per cercare di trovare quel sollievo che in ambito domestico è negato.

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