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Fisco, investimenti, green, Sud: caccia alle priorità per i fondi Ue

ROMA

Infrastrutture, Pa digitale, innovazione. Ma anche investimenti green, Mezzogiorno, lavoro e fisco. La prima riunione del Ciae, il Comitato interministeriale per gli affari europei scelto dal governo come snodo per la preparazione del Recovery plan italiano, fa subito prendere forma a una lunga lista della spesa, a cui ogni ministero si affretta a dare il proprio contributo.

Lo Sviluppo economico punta, insieme all’Economia, sul rafforzamento del piano 4.0 e della detassazione degli investimenti delle imprese. La Funzione pubblica mette sul tavolo il piano per la digitalizzazione della Pa, inclusa l’interconnessione delle banche dati e la formazione continua del personale. L’Ambiente scommette su quattro pilastri: decarbonizzazione, tutela del territorio con l’apertura dei cantieri anti-dissesto idrogeologico, cuneo fiscale ambientale che premi le produzioni “sostenibili” delle aziende e il ricorso alle leve della finanza green con il debutto di un marchio “Made Green in Italy”.

In prima fila ci sono poi Affari regionali e ministero per il Sud, che premono per l’introduzione di una fiscalità di vantaggio per il Meridione a cui riservare non meno di 71 miliardi. Più o meno la stessa cifra che dovrebbe alimentare il piano Italia veloce messo a punto dalle Infrastrutture e trasporti (si veda l’intervista sotto).

Ma non ci sono solo i ministeri a far piovere sul tavolo del governo le proposte di spesa. Le regioni chiedono una quota del Recovery Fund per le loro politiche territoriali, le province tornano alla carica con la richiesta di 4 miliardi necessari ad aprire 3mila cantieri per progetti già pronti su scuole e strade. E anche i comuni vogliono spingere sugli investimenti.

Il primo problema, allora, nelle mani del premier Giuseppe Conte e del ministro dell’Economia, Roberto Gualtieri, sarà quello di individuare in fretta le priorità intorno alle quali disegnare il piano e di condividerle con il ricco elenco di pretendenti. Perché, al di là dell’urgenza governativa di offrire subito messaggi politici immediatamente spendibili sull’utilizzo del Recovery and Resilience Fund, il compito cruciale degli aiuti europei è quello di tradurre in pratica la «scommessa sulla crescita» che come spiegato ieri mattina da Gualtieri nell’audizione alla Camera è l’unica strada sostenibile per rimettere su un sentiero in discesa il debito gonfiato dalla crisi.

Il punto non è tanto il 2021, quando il rimbalzo atteso di economia e produzione aiuterebbe da solo a ridurre il debito/Pil. La sfida vera è quella di dare al Paese una crescita strutturale costante, almeno il 2,5% all’anno in termini nominali secondo l’Upb. E le leve sono soprattutto due: gli investimenti pubblici e quelli privati.

Sul primo fronte, l’obiettivo dichiarato di Via XX Settembre è di riportare in quattro anni la spesa in conto capitale sopra il 3% del Pil, cioè 18-20 miliardi all’anno sopra i livelli attuali. Per centrarlo è indispensabile coinvolgere gli enti locali, titolari della fetta principale di investimenti pubblici diffusi sul territorio. La regia centrale dovrà invece concentrarsi sulle opere maggiori, a partire dalle linee ferroviarie ad Alta Velocità rilanciate da Conte all’indomani degli Stati Generali.

Per rimettere in moto la macchina degli investimenti privati il governo vuole invece potenziare il piano Transizione 4.0 con l’obiettivo di rafforzare e rendere permanente i meccanismi di incentivo per le aziende che si impegnano nell’innovazione tecnologica e nella riconversione verso produzioni più sostenibili sul piano ambientale. Tutto questo, però, dovrà viaggiare sui binari di una finanza pubblica che nonostante il forte aiuto Ue resta in grande difficoltà. E che imporrà di capire in fretta quanti fondi andranno utilizzati per nuove spese e quanti invece, in realtà, dovranno essere dirottati a sostenere spese di fatto già previste nei tendenziali.

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