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Fisco, gli Stati dell’Unione giocano a nascondino sui dati

La risposta più sintetica è giunta dal governo francese: un foglio completamente bianco, quasi la pubblicità dei detersivi d’un tempo. Eppure la domanda, rivolta da una commissione d’indagine a tutti gli Stati, era ed è abbastanza chiara, più o meno questa: «Come ricorderete, da 38 anni e cioè dal 1977, le norme dell’Ue impongono ai nostri governi di scambiarci informazioni fiscali (anche spontanee, senza formale richiesta, ndr ) su certi movimenti di capitali e imprese, cioè sui furboni che trasferiscono risparmi e società in un Paese diverso dal proprio per pagare meno tasse, o non pagarne per nulla. E che anzi contrattano la furbata da prima: cioè chiedono alla nuova loro “patria” come verranno trattati, e si informano sulle ‘offerte speciali’, per poi decidere. Vi chiediamo ora: nel vostro Paese, voi come avete applicate le norme europee di controllo? Come le avete tradotte nelle vostre leggi?». 
Alcuni non hanno risposto per nulla. Altri, «in maniera meno comprensibile di altri». Però quelle risposte che sono già state recapitate al Parlamento Europeo, e che ora trapelano da un documento riservato, disegnano il quadro di un’Europa popolata di furetti, volpi e lucignoli. Dove il più fesso è Arsenio Lupin, o il dottor Madoff. Ci sono anche i furetti sinceri, per la verità. Per esempio, Cipro ha risposto testualmente: «Fino ad ora non vi è stato alcun bisogno per il Dipartimento delle imposte di scambiare informazioni spontanee nel campo delle regole transfrontaliere. Perciò, non è stato ritenuto necessario disegnare un quadro amministrativo specifico». Tradotto dal burocratese: fatevi gli affari vostri.
Schietta anche la Finlandia, patria del rigorismo: «Correntemente, non vi sono istruzioni interne, lettere ministeriali, circolari e decreti emessi dal ministero delle finanze o dalle autorità fiscali in Finlandia per gestire lo scambio di informazioni spontanee con le amministrazioni fiscali di altri Stati». «Correntemente» e da 38 anni, cioè da quando l’Europa dettò la norma (certo, la Finlandia ha aderito all’Ue solo nel 1995: ma sono pur sempre vent’anni..).
Quanto alla Francia, fonti affidabili spiegano che in realtà è fiscalmente «irreprensibile». Allora perché quel foglio bianco, quel silenzio da clausura? «Forse c’erano degli allegati al testo». E l’Italia? Ha varato la sua legge in materia nel 2003, 26 anni dopo la norma Ue, ma poi l’ha applicata: Roma spiega per esempio che l’Agenzia delle Entrate diffonde i suoi rapporti periodici su Internet, «anche in lingua inglese»; e riafferma la sua «completa disponibilità e forte sostegno» alle misure di controllo.
La Germania è come sempre ligia alle regole, ma con qualche mini-distinguo potenzialmente scivoloso. Come questo: lo scambio di informazioni «potrebbe essere limitato a casi rilevanti ai fini fiscali (per esempio ingenti pagamenti, o il sospetto di un reato o di una offesa fiscale)». Il concetto non fa una grinza, ma i migliori salti di frontiera avvengono talvolta a suon di spiccioli, magari 100 mila euro anziché un milione, e ad opera di personaggi incensurati, magari con un’intera fabbrica in saccoccia.
Un passo indietro. Queste domande sono state fatte in vista della formazione di una commissione di inchiesta parlamentare sul caso LuxLeaks (i favoritismi fiscali concessi dal Lussemburgo a persone e imprese straniere, ai tempi dei governi Juncker); 197 firme sono state raccolte dai Verdi, 9 in più di quelle richieste, ma i maggiori partiti — popolari e socialisti-democratici — finora hanno fatto «melina». Si deciderà in questi giorni, se la commissione nascerà o no. Intanto, anche il Lussemburgo ha risposto alla domanda sui suoi controlli fiscali: «Un’istruzione interna è stata pubblicata il 30 giugno 2006», e aggiornata nel 2012; «purtroppo, queste istruzioni sono disponibili solo in francese».
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