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Fisco e ripresa, il duello con Bruxelles I dubbi in Europa sui tempi degli sgravi

La legge di Stabilità dell’Italia non sarà varata prima di altre cinque o sei settimane, probabilmente alla vigilia del Consiglio europeo di metà ottobre. Matteo Renzi a quel punto parlerà dei suoi tagli delle tasse a Bruxelles nel modo che predilige: il presidente del Consiglio direttamente con i suoi pari, gli altri capi di Stato e di governo, saltando le procedure e i gruppi di lavoro degli alti funzionari o dei ministri finanziari nell’Eurogruppo. 
È presto per dire se questo approccio funzionerà. Di certo prima di allora, senza numeri ufficiali da valutare, la Commissione europea sarà riluttante a fare commenti: a maggior ragione dopo che ieri il premier ha avocato a sé il tema e ne ha fatto una questione apertamente politica.
Non è presto però per misurare i fattori in gioco: sembra già evidente che produrranno una serie di incomprensioni con pochi precedenti fra Roma e Bruxelles. L’analisi di Renzi è che il Fiscal compact – la norma europea sulla riduzione del deficit e del debito – ha danneggiato ancora di più l’Italia nel momento della sua massima vulnerabilità: quando il Paese era in recessione, sostiene Renzi, il Fiscal compact ha indotto i governi di Mario Monti e Enrico Letta ad aggravarla con nuovi aumenti delle tasse. Così le politiche europee hanno accelerato il crollo dell’economia, anziché cercare di attenuarlo allentando un po’ la corsa verso il pareggio di bilancio. Di qui la scelta di tagliare le tasse, con o senza il sì della Commissione o dell’Eurogruppo.
Adesso però l’analisi che si fa a Bruxelles è esattamente opposta. Nella capitale comunitaria si è preso atto che finalmente l’Italia sta dando segnali tangibili di ripresa: per la prima volta da anni potrebbe persino essere rivista in meglio la stima del governo, che prevedeva una crescita dello 0,7% per l’insieme del 2015. L’Istat rileva che la crescita nell’ultimo trimestre è stata trainata dai consumi delle famiglie: stanno crescendo così in fretta che, per soddisfare la domanda di nuovi acquisti, l’Italia ha iniziato a importare dall’estero più beni e servizi di quanti riesca ad esportare. I consumatori spesso preferiscono prodotti esteri. Ma visto da Bruxelles, non sembra questo il momento di tagliare le tasse sulla prima casa e aumentare ancora di più il deficit per sostenere i consumi e una ripresa che ormai cammina da sola.
È un’analisi speculare rispetto a quella di Renzi. Il premier pensa che l’Europa abbia aggravato la crisi inducendo un aumento della pressione fiscale al momento sbagliato, pochi anni fa. A Bruxelles invece si teme che il governo renda più fragili i conti dell’Italia con un premio fiscale ai ceti proprietari di case, anche di lusso, quando meno serve: adesso che la ripresa c’è e si dovrebbe approfittarne per risanare i conti. Senza tagli di spesa sufficienti, il rischio invece è che il deficit salga in questa fase di alta marea e il debito non scenda. Ma poi entrambi finiscano ben oltre i limiti di sicurezza alla prossima frenata dell’economia, obbligando l’Italia a una nuova stretta dolorosa nel momento di maggiore debolezza.

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