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Fisco, consulenze ad alto rischio

Tempi duri, anzi durissimi, per i dottori commercialisti e i consulenti d’impresa. Il bagaglio di conoscenze economico-giuridiche di cui sono portatori può trasformarsi in un vero e proprio boomerang nell’ipotesi di un concorso degli stessi nella commissione di alcune tipiche fattispecie di reato. È questa, in estrema sintesi, la tesi ricorrente con la quale le sezioni penali della Corte di cassazione, con una serie di recenti sentenze, hanno condannato i commercialisti ed i consulenti dell’imprenditore per reati che vanno dalla sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte, alla frode fiscale, alla bancarotta per distrazione.

Nei casi esaminati (si vedano le massime nella tabella in pagina) la tesi dell’accusa nei confronti del commercialista è sempre la stessa. Egli non poteva non sapere che gli effetti di quel suggerimento, di quel consiglio, di quello schema predisposto per il suo cliente, sarebbero stati lesivi delle ragioni dei creditori, dell’erario e così via.

La formazione professionale del commercialista diventa dunque una sorta di lasciapassare per la pubblica accusa grazie alla quale le sue tesi hanno gioco facile nella dimostrazione del profilo doloso del comportamento soggettivo del consulente in concorso con il proprio cliente.

Sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte. Significativo in tale senso un passaggio contenuto nella recentissima sentenza n. 39079 del 23 settembre scorso con la quale la terza sezione penale della Cassazione ha condannato un commercialista per concorso nel delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte ai sensi dell’articolo 11 del dlgs n. 74/2000. Per i giudici della suprema corte il dolo specifico del professionista, elemento psicologico la cui dimostrazione è necessaria ai fini della configurazione del reato, è in qualche modo presupposto nei confronti del dottore commercialista ossia «di un professionista ben consapevole del significato dell’obbligazione tributaria, dei suoi presupposti e dell’eventualità del suo accertamento successivo con la conseguente attività riscossiva da parte dell’Erario e dei suoi agenti».

Nell’ipotesi esaminata il commercialista aveva messo in atto un’operazione di «securizzazione» dei cespiti immobiliari con il tentativo – questa è la tesi accusatoria – di sottrarre gli stessi alle ragioni fiscali dell’Erario.

Tale operazione si articolava in diverse fasi. In primo luogo il commercialista aveva predisposto gli atti di trasferimento immobiliare a una società controllata all’83,33% dei valori immobiliari posseduti dal soggetto a rischio di atti esecutivi del concessionario della riscossione. Successivamente sulla società destinataria degli immobili veniva varata un’operazione sul capitale attraverso la quale lo stesso veniva annullato per perdite e successivamente aumentato con sottoscrizione però ad opera di un terzo soggetto (la convivente dell’originario intestatario degli immobili).

La Cassazione non ha mancato di rilevare come la pericolosità del delitto in questione commesso dal professionista, sia da ricercarsi nella circostanza che la fattispecie oggetto di reato non è il singolo atto compiuto ma bensì l’insieme dei comportamenti posti in essere, anche in tempi e in modi diversi, che però nella loro lettura complessiva mostrano quella idoneità necessaria per la rilevanza penale prevista dalla norma ovvero «il compimento di atti fraudolenti».

Quindi il consiglio sul singolo atto, di per sé non idoneo alla configurazione del presupposto del delitto, e la partecipazione del professionista ai passaggi successivi, può costituire già di per sé un elemento sul quale l’accusa può costruire l’ipotesi di concorso del consulente nel delitto di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte da parte del suo assistito.

Il concorso in bancarotta preferenziale. Sulla base dell’insegnamento contenuto nella sentenza n.40332 del 30 settembre scorso il commercialista, partecipe della gestione aziendale in quanto componente del consiglio di amministrazione, rischia il concorso nella bancarotta preferenziale poiché egli «non poteva non sapere» del disegno distrattivo messo in atto e delle difficoltà finanziarie della società al momento del compimento degli atti incriminati.

Il professionista in questione, si legge nelle motivazioni della sentenza, si trovava in una situazione di evidente compenetrazione di interessi con gli altri imputati del reato previsto nell’articolo 216, terzo comma, della legge fallimentare (rd n. 267/1942). Egli era infatti il commercialista della società fallita, domiciliata presso il suo studio, e al tempo stesso componente del consiglio di amministrazione della società.

Insomma il duplice ruolo di consulente e consigliere è stato considerato dalla Cassazione come elemento sufficiente per la condanna del professionista al concorso in bancarotta preferenziale.

Il rischio frode fiscale

Il commercialista che redige il bilancio e le dichiarazioni fiscali di un cliente sapendo che alcuni dei suoi fornitori sono delle vere e proprie «cartiere», può essere considerato penalmente responsabile dei reati di cui all’articolo 2 del dlgs n. 74/2000 (dichiarazione fraudolenta). Che i fornitori del suo cliente fossero delle cartiere, si legge in sentenza, è fatto incontestato: non avevano dipendenti, né magazzino o capannoni, non avevano fatto acquisti di macchinari o apparecchiature per svolgere l’attività sociale, non conservavano fatture per utenze elettriche e telefoniche e non avevano in essere alcun rapporto bancario. E di tali circostanze, prosegue la sentenza, il commercialista imputato di frode fiscale era ben consapevole: una delle cartiere era infatti domiciliata presso il suo studio e le fatture, già in se stesse, «erano oggettivamente tali da indurre sospetto in un commercialista, appena avveduto, poiché in esse le attività fornite, a fronte di importi considerevoli, erano solo genericamente descritte».

Come si vede anche in questo caso è la particolare qualifica del commercialista che rende più facile provare la sua non estraneità ai fatti di causa. Il solo esame delle fatture incriminate, secondo la Corte, avrebbe dovuto insospettirlo e farlo desistere da ogni e qualsiasi coinvolgimento diretto.

Il concorso in bancarotta per distrazione. Per il commercialista possono esserci anche altri rischi di responsabilità penale in concorso con il proprio assistito in aggiunta a quelli sopra richiamati. Uno dei fronti più caldi in tal senso è costituito dai reati fallimentari.

Per la Cassazione (sentenza n. 39988 del 9/10/2012) il consulente commerciale, ma anche l’esercente la professione legale, può concorrere nella bancarotta per distrazione del cliente quando, consapevole dei propositi distrattivi di quest’ultimo, fornisca consigli o suggerimenti sui mezzi giuridici idonei a sottrarre i beni ai creditori, oppure lo assista nella conclusione dei relativi negozi giuridici o comunque svolga attività dirette a garantirne l’impunità o a favorire, con il suo ausilio, l’altrui proposito criminoso.

Insomma tempi duri per chi esercita le professioni economico-giuridiche.

Paradossalmente sono proprio le specifiche competenze necessarie per l’esercizio di tali attività professionali che possono costituire la trappola nella quale il commercialista può cadere finendo sotto la lente di ingrandimento della pubblica accusa.

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