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Fisco. Una commissione per la riforma Tasse più leggere, ma progressive

Mario Draghi non ha detto ancora quale sarà la sua riforma fiscale ma ha spiegato come si fa una riforma fiscale. Non ha rinunciato tuttavia — e questo è il suo principale compito politico — a rassicurare gli italiani su due punti: la riforma manterrà la progressività, cioè tutelerà i più deboli, e «gradualmente» avremo meno tasse.
Certo il metodo suggerito da Draghi ribalta l’approccio finora seguito fatto di interventi estemporanei, parziali, tattici. Spesso messi in campo soltanto per conquistare consenso politico a breve, si pensi solo all’interminabile lista di bonus, deduzioni, detrazioni, eccezioni. Che hanno contribuito a disegnare un sistema tributario complicato, inefficace e iniquo. Proprio il contrario di quel — per esempio — suggeriva Luigi Einaudi. Un sistema che appare una giungla nel quale troppi possono tranquillamente evadere con ampie complicità.
Il metodo, dunque. Quello danese, citato dal presidente del Consiglio, ma anche quello italiano dei primi anni Settanta. Perché il fisco va maneggiato con cura: «Una riforma fiscale — ha detto — segna in ogni Paese un passaggio decisivo. Indica priorità, dà certezze, offre opportunità, è l’architrave della politica di bilancio».
Nel 2008 il governo danese nominò una Commissione di esperti perché, sentendo tutti gli attori in campo, politici, sociali ed economici, avanzasse una proposta al Parlamento. Fu così pure in Italia con la Commissione di riforma di Cesare Cosciani e Bruno Visentini. Si arrivò all’introduzione dell’Irpef e al meccanismo del sostituto d’imposta. Dopo quasi mezzo secolo si può provare a riscrivere del tutto le regole fiscali sapendo — come ha detto Draghi — che «il sistema tributario è un meccanismo complesso, le cui parti si legano una all’altra». È un sistema a vasi comunicanti: se tocchi una parte si determinano effetti (non sempre positivi) in un’altra. E dunque «non è una buona idea cambiare le tasse una alla volta». Anche perché così si sbarra la strada alle lobby che, in questo caso, portano pure i voti. C’è il partito delle tasse — è noto — ma anche i partiti degli evasori.
La riforma arriverà seguendo tre criteri (e questi Draghi li ha detti): una revisione profonda dell’Irpef, semplificando, razionalizzando, abbassando il carico fiscale soprattutto sul ceto medio, par di capire; il rispetto del dettato costituzionale sulla progressività del prelievo (l’articolo 53); il rafforzamento della lotta all’evasione fiscale. Riecheggiano qui molte delle sollecitazioni di stampo europeo.
Ce la farà il governo Draghi? Certo tra le forze della sua maggioranza c’è anche la Lega che vuole la flat tax e che cozza almeno un po’ con la progressività. Ma il leader della Lega, Matteo Salvini, è lo stesso che dopo essere stato anti-euro, sovranista, trumpiano e putiniano, ora vota la fiducia al governo forse più europeista e atlantista della storia repubblicana. Draghi potrebbe farcela.
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