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«Fisco, banche italiane sfavorite»

Rimuovere le discriminazioni fiscali che penalizzano le banche italiane nel contesto europeo. È la richiesta al governo, ribadita ieri nel corso dell’assemblea annuale dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli, secondo cui «soltanto con un piano completamente livellato le banche, e in genere le imprese italiane, possono competere proficuamente».
«Altrimenti – ha aggiunto – con superiori pesi burocratici e fiscali, gran parte delle nostre imprese subirebbe sempre più la concorrenza». Nel suo intervento, Patuelli ha sottolineato che nei sei anni di crisi i prestiti bancari sono comunque cresciuti, passando dai 1.555 miliardi di euro dell’agosto 2008 ai 1.711 miliardi di euro dell’aprile scorso; ha ricordato che nello stesso periodo oltre una impresa su quattro è diventata “deteriorata” sotto il profilo del credito ottenuto e che il complesso dei crediti deteriorati ha superato i 290 miliardi di euro (contro gli 86,5 miliardi di euro). A fronte di ciò, le aziende di credito italiane hanno fatto «giganteschi accantonamenti» e 50 miliardi di aumento di capitale «tutti privati e senza alcun intervento pubblico». Inoltre, Patuelli ha ricordato che «in questi ultimi anni le banche hanno attivato ogni tipo di iniziativa per contrastare la crisi e hanno partecipato a molteplici accordi fra pubblico e privato: oltre 400mila piccole e medie imprese hanno usufruito delle moratorie per oltre 20 miliardi di liquidità aggiuntiva, mentre oltre 100mila famiglie in difficoltà hanno avuto sospensioni dei mutui». Invece, ha proseguito, in Italia, negli ultimi cinque anni, sono piovuti sulle banche «più di 670 provvedimenti normativi, circa due e mezzo a settimana». «I provvedimenti – ha spiegato – sono stati sia di natura burocratica e regolamentare (con effetti sui sistemi informatici, sulle procedure e quindi non a costo zero) sia con impatti economici importanti come riduzioni e limitazioni alle commissioni e ai tassi d’interesse, imposizioni di clausole contrattuali, revisione alle basi imponibili Ires e Irap, alterazioni di preesistenti assetti negoziali in contratti di durata, imposte variamente definite di bollo, correzioni di normative sul calcolo degli interessi, sempre più gravosi anticipi di pagamenti d’imposte».
Secondo il presidente del l’Abi, la normazione in Italia è avvenuta in modo «non organico», senza un disegno economico di lungo periodo «creando così «incertezza del diritto e nel diritto». Serve quindi un ripensamento secondo il presidente del’Abi che, dopo essere tornato a ricordare la pesantezza dell’addizionale straordinaria applicata sulle banche proprio nell’anno delle prove di stress a livello europeo, ha affermato: «Chiediamo con convinzione che almeno gli utili accantonati a patrimonio vengano sgravati da questa addizionale straordinaria, con un equivalente credito d’imposta». Ma il presidente dell’associazione dei banchieri ha affrontato anche il tema della “questione morale” spiegando che l’Abi si avvia a innalzare ulteriormente «i requisiti di onorabilità» modificando lo statuto dell’associazione in modo tale da collegarli alle regole costituzionali, di legge e vigilanza sugli amministratori delle banche. Entro l’autunno, quindi, l’Abi abrogherà dallo statuto anche l’emendamento “Mussari” ad personam che consentiva al l’ex presidente di guidare l’associazione, anche se non ricopriva più cariche all’interno di gruppi bancari. «Quando emergono e vengono giudizialmente accertati casi di violazione delle leggi da parte di esponenti bancari, la nostra indignazione è ancora maggiore», ha sottolineato, di quella verso «la trasandatezza civile che caratterizza un’Italia troppo assuefatta a corruzione, evasione fiscale e criminalità». Per il presidente Abi «l’arte di fare il banchiere non è una professione come le altre» ma deve basarsi sull’intransigenza morale». «Negli ultimi mesi – ha poi ribadito, parlando con i giornalisti al termine dell’assemblea – abbiamo assistito a scandali di ogni tipo e natura. Serve assoluta intransigenza morale senza eccezione alcuna» perché «c’è troppo opaco nell’economia italiana» E certo «Nerolandia non favorisce buoni e nuovi prestiti», ha concluso.

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