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Il fisco contro Babbo Natale da Berlino

Le tasse contro Babbo Natale. Gli amici tedeschi si lamentano per la burocrazia. Io li consolo assicurando che è nulla in confronto a quella italiana. Una volta lo scrissi in un commento sul Tagesspiegel, il quotidiano della capitale, e il mensile dei Beamte, cioè i funzionari pubblici, mi chiesero di riprenderlo: erano commossi dalla mia testimonianza. Ma gli era sfuggita, in parte, la mia ironia. Anche loro non scherzano. Però almeno non fanno perdere tempo, e sono sempre disposti a spiegarti perché hanno ragione al di là della logica, e ti aiutano con le scartoffie. Anche Sankta Klaus, Babbo Natale, non sfugge al fisco.

In ogni quartiere, nelle piazze, sono in vendita i Tannenbaüme, gli alberi di Natale. Qui, il Presepe non si usa. Alberi di tutte le dimensioni, impacchettati come sigari, e di tutti i prezzi. Ma per la tasse è il caos. L’Iva cambia a seconda di dove si compra. Volete tutelare la natura e preferite un albero di plastica? Il Finanzamt vi punisce, e dovete pagare l’aliquota più alta, il 19%. Se l’abete natalizio lo scegliete al mercato si scende al 7%. Se vi recate fuori città, e comprate il Tannenbaum all’origine, in una foresta, acquistandolo dalle guardie forestali, la tassa è ancora più lieve, il 5%. Non è finita: se l’albero lo prendete in una scuola forestale si sale al 10,7%. Il motivo mi sfugge, e nessuno riesce a spiegarlo.

«Quelli delle imposte hanno le pigne in testa», ha commentato sul B.Z., il quotidiano popolare di Berlino, Gerald Mai, 61 anni, che controlla nella regione ben 25 centri di vendita d’alberi natalizi, di cui 18 nella capitale. «Non solo per i Tannebaüme, mi applicano tasse diverse anche sugli altri miei prodotti, ad esempio il 19%, l’aliquota massima sul miele d’abete, come se fosse una specialità di lusso». L’anno scorso in Germania furono venduti 29 milioni e 800 mila alberi di Natale, quasi uno per famiglia. Quelli con radici da trapiantare in giardino sono pochi, gli altri finite le feste finiscono sul marciapiede, in posti prestabiliti, per venire raccolti dalla nettezza urbana. Ma i tedeschi sono parsimoniosi, e non sprecano: a Berlino finiscono allo Zoo, offerti agli elefanti e alle giraffe, a cui piacciono.

I turisti si precipitano a visitare i Weihnachtsmärkte, i mercati di Natale, 2.500 almeno in tutto il paese. A Berlino ne trovate uno almeno per quartiere, ma i più romantici si trovano altrove, a Lubecca, a Münster e a Norimberga. Il bilancio del periodo natalizio, tutto compreso dai cenoni ai regali, l’anno scorso ha raggiunto i 99 miliardi e 400 mila euro. E dai 3 ai 5 miliardi vengono spesi nei Weihnachtsmärkte.

Ma anche tra gli stands governa la burocrazia che controlla anche la qualità dei prodotti. La bevanda preferita è il Glühwein, che sarebbe il vin brulé, 3,50 euro per un bicchiere da 0,2 sulla Gendarmenmarkt in pieno centro. Se si aggiunge del succo di frutta per abbassare la percentuale alcolica è vietato chiamarlo Glühwein, e diventa un punch. Per gustare un würstel in piedi l’Iva sarà del 7%, ma se il chiosco offre sedie e tavolini si trasforma in ristorante e la tassa balza al 19%.

Le specialità tipiche per i cenoni pagano a loro volta tasse differenti: i gamberi se la cavano con il 7% di Iva, se passate alle mazzancolle o esagerate ordinando un’aragosta la tassa sale al 19%. Il maiale paga il 7%, e il 19% il cinghiale. Sembra logico. Ma perché l’Iva è al 7% sulle Kartoffeln, le patate amate dai tedeschi, e sale al 19% patate dolci?

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