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Fisco: addio all’Irap, meno Irpef e forfait Nella proposta delle Camere salta il catasto

Nella proposta di riforma fiscale approvata ieri dalle commissioni Finanze di Camera e Senato resta in piedi il forfait per le partite Iva con ricavi o compensi fino a 65mila euro. Anzi, il regime si arricchisce con un meccanismo di accompagnamento che eviterebbe il ritorno brusco all’Irpef a chi supera la soglia dei ricavi: l’ipotesi, delineata dal documento approvato ieri sera dopo lunghe giornate di discussione e con la mediazione in particolare dei Cinque Stelle, è quella di una via opzionale per restare nel forfait nei due anni d’imposta successivi, a patto però di dichiarare un volume d’affari incrementato di almeno il 10% rispetto a quello dell’anno precedente. In quel caso, l’aliquota piatta salirebbe dal 15 al 20% o, per le start up, dal 5 al 10%.

A motivare la conferma del forfait, pure in una versione aggiornata, è uno degli obiettivi di fondo della riforma: quello della crescita economica, che impone di cancellare il più possibile gli ostacoli alla crescita dimensionale delle attività economiche. Si spiega così anche il cuscinetto che eviterebbe per due anni il ritorno all’Irpef, e che sarebbe accompagnato da una limitazione dei poteri di accertamento da parte delle Entrate.

Il forfait è stato solo uno dei temi che ha dominato ieri la tornata finale delle discussioni fra i partiti nelle due commissioni guidate da Luigi Marattin (Iv, Camera) e Luciano D’Alfonso (Pd, Senato) concluse nel voto di ieri con l’astensione di Leu e il «no» di Fratelli d’Italia. Al centro della scena c’è stata anche l’Irap, che soprattutto per i centrodestra va superata non solo inglobandola nell’Ires, ma determinando anche una riduzione generalizzata della pressione fiscale; e, dall’altro lato, la riforma del Catasto, che secondo il centrosinistra dovrebbe riequilibrare l’Imu in favore degli immobili dei piccoli centri nelle aree interne e di quelli inagibili. La mediazione confluita nel testo finale prevede che l’addio all’Irap non comporti aumenti fiscali a carico dei dipendenti, e ancora una volta fa saltare l’idea di rivedere i valori fiscali del mattone.

Scogli non piccoli, che però non hanno impedito alle due commissioni di arrivare ad approvare un documento condiviso. Passaggio fondamentale, questo, perché permette al Parlamento di giocare da protagonista nel cantiere della riforma che entro la fine di luglio dovrà produrre la legge delega da parte del governo.

Nelle proposte di modifica alla bozza iniziale presentata la scorsa settimana, su cui si è concentrato il confronto di ieri, trova spazio anche un ripensamento profondo del capitolo dedicato alla lotta all’evasione. Il nuovo testo bilancia in maniera attenta l’esigenza di evitare inciampi di privacy nella capacità dell’amministrazione finanziaria di inviduare il nero e le tutele da assicurare ai contribuenti. In particolare, il Parlamento chiede di accantonare definitivamente strumenti di ricostruzione presuntiva di redditi o ricavi come il redditometro, le indagini finanziarie sulle imprese o le società di comodo quando le banche dati fiscali siano in grado di offrire ai controllori la possibilità di ricostruire in modo analitico l’imponibile di persone fisiche e imprese. Nel nuovo sistema disegnato dalle Camere diventerebbe poi un passaggio obbligato il contradditorio preventivo fra contribuente e uffici del Fisco. Il quadro delle novità dell’ultima ora si completa con l’indicazione di un rafforzamento del fisco ambientale che passerebbe anche da un riordino dei bonus per la riqualificazione degli edifici e in un aumento della detraibilità Iva per le auto che non inquinano.

Per il resto, i pilastri della proposta di riforma fiscale che ora il Parlamento consegna al governo restano quelli anticipati su questo giornale nelle scorse settimane. Sull’Irpef si punta a una riduzione del carico in particolare per i 7 milioni di contribuenti che popolano il terzo scaglione, fra 28mila e 55mila euro di reddito; per le imprese, in particolare le più piccole, si spinge per un addio all’Irap, che sarebbe inglobata nell’Ires, e per un rilancio dell’Imposta sul reddito dell’imprenditore, già tentata ma mai attuata. Il riordino del sistema in chiave duale imporrebbe poi una revisione delle aliquote sulle rendite finanziarie per portarle a un livello «sufficientemente prossimo» alla prima aliquota Irpef (che oggi è al 23%). Mantenendo però il trattamento di favore per i titoli di Stato, come il testo finale si premura di precisare.

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