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Fisco a caccia dei condonati Iva

 di Stefano Sansonetti 

L'Agenzia delle entrate, per non incappare negli strali della Corte dei conti, ha aperto la caccia ai condonati Iva del 2002. E nel mirino di questa operazione, tra non molto, potrebbero finire i più importanti big di piazza Affari: dall'Enel alla Fiat, da Finmeccanica a Telecom, per proseguire con Impregilo, Pirelli, Terna, Banca Intesa, Atlantia.

Sono infatti soprattutto le grosse società quotate ad aver versato allo stato le somme più consistenti al momento dell'adesione alla sanatoria varata nel 2002 dal ministro dell'economia, allora come ora Giulio Tremonti. Così, all'esito di una vicenda grottesca, il Fisco si mette definitivamente sulle tracce di contribuenti che, almeno sulla carta, potrebbero valere circa 60 miliardi di euro l'anno per le casse dello stato. Per capire come si sia arrivati a questo punto, e cogliere di conseguenza i timori dell'Agenzia guidata da Attilio Befera a proposito di iniziative della procura della Corte dei conti, bisogna fare qualche passo indietro. L'attuale situazione è scaturita dal combinato disposto di due sentenze. In primis parliamo di quella emanata nel 2008 dalla Corte di giustizia Ue, che ha dichiarato l'illegittimità del condono Iva perché ricade su un'imposta di fatto comunitaria, quindi sottratta al libero intervento da parte di uno stato membro. Poi il riferimento è a una decisione con cui lo scorso luglio la Corte costituzionale italiana ha di fatto dichiarato la legittimità di una legge Visco-Bersani del 2006 che ha raddoppiato da 4 a 8 anni i termini per l'accertamento nel caso di illeciti fiscali che sfociano direttamente nel penale. Il risultato è che in mezzo a queste due decisioni si sono venuti a trovare 939 mila contribuenti che nel 2002 hanno aderito a un condono, poi rivelatosi illegittimo, e che per giunta possono subire un accertamento fino al 31 dicembre del 2011. Termine che nel frattempo è stato spostato al 31 dicembre 2012 in base a una proroga ad hoc disposta dal decreto di Ferragosto.

In questo scenario si inserisce adesso l'Agenzia delle entrate. Secondo quanto filtra, infatti, la direzione centrale accertamento si è già mossa per dare impulso a una meticolosa azione di screening che dovrà essere portata avanti dalle singole direzioni regionali delle Entrate, presso le quali in questi momenti si susseguono le riunioni. Quello che andrà fatto, in sostanza, è un autentico censimento di tutte le posizioni archiviate e riposte in magazzino nel 2002: verbali e verifiche relative a rilievi che non si sono tradotti in accertamento per effetto dell'adesione alla sanatoria dell'Iva, ma anche posizioni in cui non ci sono stati rilievi istruttori messi chiaramente nero su bianco. Casi, questi ultimi, in cui le società possono aver giudicato conveniente aderire al condono per evitare passivi futuri e imprevedibili. Ora, l'obiettivo di tutta questa cernita, sulla base delle indicazioni giunte da via Cristoforo Colombo, è quello di selezionare le situazioni in cui i contribuenti hanno aderito alla sanatoria versando gli importi maggiori. E da queste società, infatti, che è possibile recuperare le somme più ingenti. Va tenuto presente, a tal proposito, che il condono Iva copriva 5 anni d'imposta (dal '98 al 2002) e ha consentito allo stato di incassare circa 3 miliardi di euro. Il tutto a fronte del versamento del solo 1% di tutto l'ammontare evaso, che di conseguenza è calcolabile in 300 miliardi, 60 all'anno. Importi rilevanti, che a prescindere dall'effettiva possibilità di essere recuperati, hanno messo l'Agenzia di Befera sull'attenti. Se infatti il Fisco non si muove per recuperare questo potenziale bendidio, da dietro l'angolo potrebbe spuntare un'imputazione di danno erariale da parte della Corte dei conti. Così, nei prossimi giorni, a finire nel mirino potrebbero essere quelle società, soprattutto quotate, che hanno all'epoca versato gli importi maggiori, proprio perché da esse le verifiche avrebbero preteso i conti più salati. Tanto per fare qualche esempio, Enel aderì alla sanatoria versando 83 milioni di euro, Fiat 56 milioni, Impregilo 21, Finmeccanica, Telecom e Ubi Banca circa 10 milioni a testa. E così via

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