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Fiscal compact soft per chi riforma

Questa sera a Ypres, sullo sfondo delle commemorazioni dei 100 anni dall’inizio della Grande Guerra, proprio nella città simbolo dove le forze armate tedesche sperimentarono per la prima volta contro le truppe canadesi il micidiale “gas mostarda” mietendo 5mila morti in dieci minuti, i capi di Stato e di Governo dei 28 Paesi Ue, in una cena di lavoro, saranno chiamati a disegnare i contorni della nuova Europa, quella che dovrà affrontare le sfide dei prossimi cinque anni. Ma i leader dei 28 Paesi sembrano intenzionati a utilizzare il confronto sul documento strategico del presidente del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, come semplice paravento per un negoziato ancora aperto sul pacchetto di nomine ai vertici delle istituzioni europee e per uno scontro senza esclusione di colpi tra Londra e Berlino. Proprio per questo motivo Van Rompuy ha convinto tutti sulla necessità di varare domani solo nomina di Jean Claude Juncker a nuovo presidente della Commissione (che ha incassato nel frattempo il consenso di Svezia e Olanda) evitando incidenti di percorso sempre in agguato. Il più strenuo avversario all’ipotesi Juncker resta il premier inglese David Cameron che, per motivi tutti interni (referendum britannico per l’uscita dalla Ue nel 2017), ha annunciato voto contrario sull’ex premier lussemburghese così come sul documento Van Rompuy.

Il premier italiano Matteo Renzi che ieri ha discusso a lungo di politiche europee al Quirinale con il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, si dichiara ottimista sul risultato del vertice, soprattutto dopo le dichiarazioni della Merkel relative all’ampliamento dei margini di flessibilità nel Patto di stabilità. I negoziatori italiani hanno tuttavia chiesto a Van Rompuy di precisare meglio nel documento i riferimenti alla flessibilità sulle regole di bilancio prevedendo, rispetto al fiscal compact, un piano di rientro più morbido dal debito pubblico per l’Italia allo scopo di finanziare le riforme strutturali. Il concetto cardine che Renzi vorrebbe far passare al vertice è che in Europa chi si impegna concretamente per riforme di lunga durata deve ottenere margini di manovra maggiori sulla disciplina fiscale.
Di sicuro, invece, Renzi dovrà rinunciare a vedere approvato già domani l’intero pacchetto delle nomine (Mister Pesc, presidente del Consiglio, presidente dell’Eurogruppo) che prevede un posto di rilievo per l’Italia, ossia quello di Alto rappresentante per la Politica estera e di difesa comune. Incarico che lo stesso presidente francese, Francois Hollande, sabato scorso a Parigi aveva suggerito come quello più adeguato a ricompensare gli sforzi del nostro Paese (aggiungendo, però, che il nome più adatto sarebbe stato quello dell’ex ministro degli Esteri, Emma Bonino). Renzi, invece, ha deciso di mettere sul tavolo il nome dell’attuale responsabile della Farnesina, Federica Mogherini che, pur esordiente, in pochi mesi avrebbe raccolto unanimi apprezzamenti. Di Mister (o Madame) Pesc se ne riparlerà dunque a metà luglio in un vertice straordinario che dovrebbe trovare l’intesa anche per il successore di Van Rompuy al Consiglio (la premier danese Helle Thorning-Schmidt resta in pole position) e per il presidente dell’Eurogruppo dove aumentano le quotazioni del ministro delle Finanze spagnolo Luis de Guindos.
Temi europei ma legati all’evoluzione delle crisi internazionali (a cominciare dall’Ucraina) anche nella telefonata di ieri tra Renzi e il presidente degli Stati Uniti, Barack Obama. Toni, come sempre “trionfalistici” da parte dei “comunicatori” di Palazzo Chigi secondo cui Obama oltre a fare «scherzose condoglianze» per la sconfitta subita dall’Uruguay vedrebbe nell’Italia «la spina dorsale del progetto europeo» per le sue «ambiziose riforme strutturali». Smentito invece un imminente viaggio di Renzi a Washington. Il premier sarà negli Stati Uniti ma solo a settembre per il tradizionale appuntamento all’assemblea generale delle Nazioni Unite.
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