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Fiom e Landini tornano in partita Il rischio del referendum sul Jobs act

Con la firma unitaria del contratto dei metalmeccanici la Fiom è rientrata in partita. Il campo di gioco delle relazioni industriali si è come allargato e la possibilità da parte del sindacato di rappresentare il cambiamento nella seconda metà degli anni ‘10 si è accresciuta. Molto lo si deve al nuovo indirizzo preso dal numero uno della Fiom, Maurizio Landini anche se la sua svolta è stata propiziata dagli altri due leader sindacali (Marco Bentivogli e Rocco Palombella) e soprattutto dall’orientamento del presidente della Federmeccanica, Fabio Storchi, che non ha mai preso in seria considerazione l’opzione di un nuovo contratto separato. Landini in questi mesi ha abbandonato le velleità di costruire un movimento politico, la cosiddetta Coalizione sociale («tanto ci pensa Papa Francesco» è stata la sua battuta per sdrammatizzare il flop) e dopo essere stato pressoché accampato negli studi televisivi si è imposto una ferrea dieta mediatica.

Secondo gli osservatori Landini è maturato nella comprensione delle dinamiche che attraversano l’industria tanto da arrivare a firmare un contratto che ha ricevuto gli applausi di Pietro Ichino e Maurizio Sacconi, due tradizionali bestie nere della Fiom. Così mentre storicamente i metalmeccanici firmavano i contratti più a sinistra di tutti questa volta hanno cambiato schema e scelto di fare i pionieri. «L’importante è che oltre ai buoni risultati nel contratto non ci siano scambi impropri e infatti non ce ne sono» ha detto il leader Fiom. Insomma ha prevalso l’anima contrattualista di Landini, quella che l’aveva portato a chiudere accordi difficili come Electrolux e Whirlpool ed è rimasta sullo sfondo la sua vena ideologica.

Siccome però nella vita gli esami non finiscono mai Landini si trova da subito a dover dare continuità alla sua azione. A giugno con tutta probabilità lascerà la Fiom per entrare in segreteria confederale della Cgil: non sarà facile per lui individuare un successore (già si parla di transizione) né candidarsi di botto ad avvicendare nel 2018 Susanna Camusso ma tutto sommato per sciogliere questi nodi il tempo non manca. Il rebus immediato per Landini è rappresentato dai tre referendum sul lavoro (contro i voucher, per estendere l’articolo 18 e contro le norme sugli appalti) per i quali la Cgil ha raccolto un milione di firme su spinta iniziale proprio della Fiom, che si è intestata questa campagna. Una battaglia che, quale sia il governo in carica dopo l’altro referendum, quello costituzionale, si presenta quanto mai difficile e capace di generare diversi effetti collaterali. Landini ha scelto di giocarla «per dare un segnale al mondo dei lavori atipici» ma è quasi scontato che aprirà una nuova ferita nell’unità sindacale con alcune organizzazioni per il Sì e altre per il No, che amplierà il fossato tra iscritti al sindacato e ceto medio produttivo e che, come corollario, rispingerà il segretario della Fiom nelle vecchie trincee. Le firme della Cgil sono all’esame della Consulta che dovrà decidere sull’ammissibilità, in caso positivo – e senza elezioni anticipate – si potrebbe votare entro la primavera inoltrata del 2017 .

Dario Di Vico

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