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Fintech e factoring: un incontro non uno scontro

Non competizione ma integrazione. È questo il rapporto che lega il factoring al fintech. I cambiamenti tecnologici che stanno spingendo il settore bancario (sebbene ritenuto uno dei più tradizionali e meno innovativi) a ripensare la propria offerta di servizi impattano, infatti, anche sul factoring. In che modo? In questo preciso ambito, il cosiddetto fintech, termine quanto mai attuale, usato per descrivere diversi modelli di business innovativi la cui offerta di prodotti o servizi finanziari si basa su processi automatizzati via web, si esprime attraverso piattaforme digitali a supporto della cessione del credito commerciale.

Ciò si traduce in sistemi informatici che permettono di accelerare e snellire il processo di cessione del credito attraverso, per esempio, l’invoice auction (investitori esterni si aggiudicano con asta il pagamento di fatture) o il dynamic discounting (è l’acquirente che offre ai fornitori il pagamento anticipato a fronte di uno sconto). Questi nuovi modelli stanno creando un doppio effetto: in primo luogo, gli operatori del factoring hanno investito e stanno investendo nella digitalizzazione dei propri servizi, introducendo piattaforme digitali al servizio della cessione del credito; in secondo luogo, hanno debuttato nuovi operatori fintech.

In questa prospettiva, la portata in termini di disruption, di rottura o rivoluzione, dell’avvento di questi operatori di invoice fintech sull’industria del factoring è contenuta.

Se è vero che la clientela tipo e i servizi offerti sono sovrapponibili in parte, è anche vero che ci sono vantaggi competitivi rilevanti a favore sia del factor sia dell’invoice fintech.

I nuovi attori digitali sono molto più orientati verso gli aspetti finanziari della cessione del credito, mentre gli aspetti gestionali tipici del factoring sono in secondo piano (se non addirittura assenti).

Quindi è più corretto parlare di una forma di disruption-integration, in cui la collaborazione fra i soggetti nell’ambito di una segmentazione della clientela può consentire di integrare l’offerta di servizi a supporto del capitale circolante delle imprese. E può estendere la platea di clientela servibile, aumentando la marginalità degli investimenti.

Ad analizzare la diffusione delle nuove tecnologie sulla cessione dei crediti commerciali e, più in generale, sullo smobilizzo di fatture, è stata una ricerca condotta da Assifact, associazione che riunisce gli operatori del factoring, con l’Osservatorio Supply Chain Finance del Politecnico di Milano, i cui risultati sono stati diffusi nel corso del workshop «Evoluzione e prospettive del factoring nell’era del fintech» organizzato in collaborazione con UniCredit Factoring.

La ricerca ha anche delineato la prima mappa delle start-up digitali protagoniste, in Italia, di nuove iniziative. Si va, quindi dall’invoice finance (attraverso piattaforme digitali le aziende possono smobilizzare i loro crediti commerciali cedendoli a investitori professionali), alla supply chain finance (sono online strumenti e servizi finanziari per ottimizzare il capitale circolante e la liquidità degli operatori coinvolti in una filiera produttiva) analizzando le esperienze più rilevanti quali Credimi, Fifty Finance Beyond, FinDynamic, modeFinance e Workinvoice, per citarne alcune.

«Fintech e factoring», ha spiegato Rony Hamaui, past-president di Assifact e coordinatore del progetto di ricerca, «possono integrare la loro offerta di servizi. Cresce di conseguenza l’efficienza del sistema, mentre si riducono i costi operativi. Si valorizzano al massimo le economie di scala, si raggiungono segmenti di clientela attualmente non serviti. Sì all’innovazione tecnologica. No a disparità competitive», è questo il messaggio lanciato da Hamaui. E a questo scopo, ha aggiunto, «è lecito attendersi uno statuto giuridico che bilanci innovazione tecnologica, governo dei rischi e concorrenza. L’assenza di uno statuto europeo per gli intermediari finanziari diversi dalle banche genera condizioni competitive non uniformi».

Ma anche per le società di factoring, pur forti della scia positiva dei risultati (anche il terzo trimestre 2018 registra un trend positivo di crescita rispetto al terzo trimestre 2017 pari al 5,99%, superando i 168 miliardi di euro di turnover. Il giro d’affari vale quindi il 13% del Pil) ci sono delle raccomandazioni: «Occorre trarre beneficio dall’innovazione adottando le nuove tecnologie, attraverso il ricorso a provider di servizi tecnologici, tramite forme di collaborazione con i fintech», ha proseguito Hamaui, «bisogna orientarsi verso un’offerta integrata di servizi di factoring “analogico” e “digitale”, integrare l’offerta con nuovi prodotti e aumentare la base di clientela, aggredendo nuovi segmenti». La sfida, quindi, è «valorizzare il factoring come servizio più completo, adatto a clientela «premium» non trascurando i nuovi rischi, assicurando quindi una adeguata comprensione degli strumenti innovativi e dei rischi, in particolare informatici e ponendo adeguati presidi a tutela della clientela, con particolare attenzione alla governante dei dati».

Roxy Tomasicchio

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