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Finmeccanica, la solitudine del macchinista ferroviere

Che cosa deve fare Finmeccanica? Prima della  scelta dei manager delle grandi aziende pubbliche  (Eni, Enel, Poste, Terna e Finmeccanica) il presidente  del Consiglio, Matteo Renzi, aveva detto che il governo avrebbe deciso la mission dei gruppi. Solo dopo sarebbero arrivati i nomi. Che ora ci sono. Ma per la holding italiana della difesa e dell’aerospazio, gruppo che – secondo Prometeia – vale circa lo 0,6 per cento del Pil, quasi il 7 per cento degli investimenti in ricerca e sviluppo e l’1,9 per cento delle esportazioni, la missione non è del tutto chiara. Purtroppo.  E certo non la si ricava con  nettezza seguendo il profilo  di Mauro Moretti designato dall’azionista Tesoro (ha in pancia  il 30,2 per cento dei titoli) al vertice di Piazza Monte Grappa. Perché la scelta di Moretti – stando  al ragionamento del premier dovrebbe essere stata compiuta a valle della definizione delle strategie  da parte dell’azionista. Il management piegato, cioè, a un progetto industriale, quello che Finmeccanica stenta da tempo ad avere per colpa di scelte compiute  nel passato (la stagione del disordinato espansionismo di Pier Francesco Guarguaglini); per colpa delle emergenze determinate  dalle clamorose inchieste giudiziarie (la fallimentare stagione  di Giuseppe Orsi) che hanno  distorto risorse e prospettive (Finmeccanica è tornata a un piccolo  utile nell’ultimo bilancio dopo  due esercizi in profondo rosso),  nonché danneggiato la reputazione  internazionale del gruppo.  L’identità industriale non è emersa nemmeno durante la breve stagione di Alessandro Pansa, per la cautela dell’ad ma anche perché in poco più di un anno sono cambiati tre governi. Dunque, Moretti (ammini-stratore delegato delle Fs dal 2006 per scelta dell’allora ministro dell’Economia  Tommaso Padoa-Schioppa) ha dalla sua il risanamento  finanziario e industriale delle Ferrovie dello Stato, non più un carrozzone capace solo di produrre  perdite ma un’azienda con punte di eccellenza come nell’alta  velocità, per quanto nelle tratte  locali restino sacche di antiche inefficienze. L’ultimo bilancio delle Ferrovie si è chiuso con un utile netto di 460 milioni con una crescita di oltre il 20 per cento rispetto  all’esercizio 2012, contro i due miliardi di perdite che Moretti  ereditò dalle precedenti gestioni.  Una galoppata sorprendente  e da tutti riconosciuta. Moretti è manager determinato  e decisionista. Spigoloso nel carattere, poco disposto al compromesso.  Tagliente nel linguaggio.  Polemico, come si è visto nella  disputa con il presidente Renzi sul tetto agli stipendi dei ceo delle aziende pubbliche. Senza questi elementi non avrebbe strappato le Ferrovie al fallimento, non avrebbe potuto sfidare, vincendo,  i veti e gli ostruzionismi sindacali  che ben conosceva essendo  stato a lungo dirigente della Filt-Cgil. Quando è entrato un competitor (la Ntv di Montezemolo  e Della Valle) nel settore dell’alta velocità, Moretti ha reagito  senza cautele, scatenando una guerra dei prezzi che ha accelerato  le difficoltà dei treni privati.  Ha mostrato cinismo, utilizzando  le leve che aveva a disposizione  a cominciare dal controllo sostanziale delle rete gestita da quella Rfi il cui amministratore delegato Michele Mario Elia appare  oggi il candidato più forte per la promozione alle Ferrovie, sostenuto, se non addirittura selezionato,  proprio da Moretti. D’altra parte quella tra i binari è una concorrenza parziale. Perché  il trasporto ferroviario resta largamente un mercato domestico  protetto. Questo non è un vantaggio,  in termini di esperienza, per chi dovrà guidare un gruppo industriale quotato che si misura con la durissima e complessa (per i settori in cui opera Finmeccanica)  competizione globale, dove i rapporti personali contano almeno  quanto la credibilità del proprio sistema-Paese. Ed è per queste ragioni che la Borsa ha penalizzato  il titolo Finmeccanica nei giorni successivi alla designazione  di Moretti che assumerà il nuovo incarico il 15 maggio. Moretti ha una profonda conoscenza  del settore dei servizi di trasporto ma non ha alcuna esperienza  in quelli dell’aerospazio, della difesa, della sicurezza. E in generale dell’industria. La manifattura  è diversa dai servizi. I trasporti  non rappresentano più del 10 per cento del fatturato di Finmeccanica  che con Ansaldo Breda  (controllata al 100 per cento e che produce treni e metropolitane)  e Ansaldo Sts (segnalamento ferroviario, con il 40 per cento di Finmeccanica) è anche fornitrice delle Ferrovie. E i trasporti – nel piano di riorganizzazione aziendale  elaborato da Pansa – erano destinati alla dismissione visto che ogni anno appesantiscono con un apporto di 500 milioni (direttamente  da Ansaldo Breda) la voce perdite del bilancio del gruppo. Moretti può giocarsi le sue carte  nel settore dei trasporti. Già, ma quali? Chi è davvero interessato  a Breda? I cinesi di China Cnr Corportation? Quelli di Insigma? Bombardier, General Electric, Thales? Chi? Moretti ha nell’ambito dei trasporti  la sua rete internazionale, i suoi rapporti fuori dai confini nazionali: dal 2013 è presidente dello  European Management Commitee  dell’Uic (Union Internationale  des Chemins de Fer), cioè delle Ferrovie europee. Cercherà accordi con partner europei? Certamente non con i francesi di Alstom (contesa tra gli americani di Ge e i tedeschi di Siemens) perché  è partner del concorrente Ntv. Moretti cercherà intese con gruppi dei cosiddetti paesi emergenti  del Mediterraneo, allora? Quali? Dunque rinnegherà il piano  Pansa dando corpo all’ipotetico  Polo dei trasporti nazionale evocato da sindacalisti e politici locali? Oppure darà concretezza al progetto di dismissioni? L’incertezza  è addirittura palpabile nel palazzone romano di Piazza Monte Grappa, dove i dirigenti aspettano immobilizzati (e preoccupati vista la fama di tagliatore  del “ferroviere”) l’arrivo del manager esterno, l’unica scelta, tra i tre grandi gruppi pubblici  quotati (Eni, Enel e Finmeccanica)  selezionata dall’esterno. Non a caso, molto probabilmente.  Un segnale di discontinuità, presumibilmente. Ma c’è un punto che riguarda il governo, questo governo. La coerenza  dell’esecutivo Renzi. Quando a marzo l’ad uscente Pansa ha presentato il piano strategico  con il «deconsolidamento  » del settore dei trasporti, il ministro  del Tesoro, Pier Carlo Padoan,  come azionista di riferimento  di Finmeccanica, e quello dello Sviluppo economico, Federica  Guidi, in quanto responsabile  delle politiche industriali, espressero apprezzamento, in un comunicato congiunto: «Il deconsolidamento  delle attività dei trasporti deciso da Finmeccanica rappresenta un elemento essenziale  per il successo di tale piano». E difficile pensare che non sia ancora questa la mission di Moretti.  Un clamoroso dietrofront del governo sembra difficile. Eppure – si è visto – è lecito coltivare qualche  dubbio. E per fugarli il nuovo ad dovrà trovare rapidamente i partner per una prospettiva industriale  per Ansaldo Breda e Ansaldo  Sts senza distrazioni su tutto  il resto che rappresenta il 90 per cento del fatturato. Moretti, dunque, dovrà cercare  anche all’interno del gruppo i suoi alleati, dove ha una consuetudine  solo con Sergio De Luca, ex ad di Ansaldo Sts, ora direttore generale operations di Piazza Monte Grappa. Con un limite, anche per il numero due della holding: avere una carriera tutta costruita all’interno di Ansaldo (per questo ha conosciuto Moretti)  e quindi, anche lui, esclusivamente  nel settore dei trasporti. Sarà allora decisiva la collaborazione con i capi azienda. Moretti, insomma, avrà bisogno dei vari Giuseppe Giordo (Alenia), Antonio  Perfetti (MBD, sistemi difesa),  Daniele Romiti (Agusta). D’altra parte il futuro di Finmeccanica  dipende da loro. Come dimostra  l’ultimo accordo tra la controllata Alenia e Boenig per la fornitura di componenti della fusoliera  dl “787” e che porterà nella  cassa 1,5 miliardi circa nei prossimi 3-4 anni, secondo quanto riferito dal Sole 24 Ore. Ma intanto c’è chi scommette che se c’è un manager interno destinato  a rafforzare la sua posizione  con l’arrivo di Moretti quello è Giovanni Soccodato, il direttore delle strategie, l’uomo dell’industria, regista dell’ultima cessione di Ansaldo Energia al Fondo strategico della Cassa depositi  e prestiti. Insomma, la rivincita  degli “industrialisti”.

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