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Finmeccanica, Guarguaglini non cede

di Antonella Baccaro

ROMA — Diplomazia al lavoro per risolvere il caso Finmeccanica, il gruppo dell'aerospazio e della difesa travolto dall'inchiesta su tangenti e fondi neri che ha coinvolto, tra gli altri, il presidente Pier Francesco Guarguaglini e sua moglie, Marina Grossi, manager della Selex sistemi integrati. Ieri il governo è sceso in campo tramite il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, per agevolare il passo indietro di Guarguaglini, così come auspicato tra le righe di un comunicato del governo, martedì scorso. Nel pomeriggio è stato il rappresentate del Tesoro nel consiglio di amministrazione (il Tesoro possiede il 30,2% delle azioni del gruppo, ndr), il consigliere Francesco Parlato, a cercare di dipanare la matassa, incontrando i vertici nella sede della società.
Ma bisogna subito dire che nemmeno oggi sarà probabilmente il giorno delle dimissioni del presidente o di sua moglie, e non soltanto perché interferirebbe con l'andamento del titolo in Borsa, che ieri ha già perso il 3,32%. Guarguaglini sembra voler tenere duro, in linea con la sua teoria che chi si dimette, alla fine, non fa che ammettere il torto. E lui ha finora sempre respinto tutte le accuse rivolte dai magistrati alla sua persona e al suo gruppo. Il clima che si respirava ieri in piazza Montegrappa era teso e il rientro dagli Usa dell'amministratore delegato Giuseppe Orsi, ormai in guerra con il presidente, non ha fatto che accentuare la sensazione di contrapposizione totale.
Il consiglio di amministrazione in cui potrebbe consumarsi la resa dei conti ieri non è stato convocato e, visto che sono necessari tre giorni di preavviso per riunirlo, è chiaro che il board non si terrà prima di martedì: la data dovrebbe essere fissata tra oggi e domani. Nel frattempo il governo potrebbe mettere a posto un'altra pedina importante: il nome del sottosegretario all'Economia che dovrebbe dirigere tutta la partita. Perché è chiaro che se con Guarguaglini non si troverà un accordo, la via d'uscita potrebbe essere quella di far decadere il cda, chiedendo ai consiglieri espressi dal Tesoro di fare un passo indietro.
Quanto alla disponibilità dei consiglieri ad azzerare il cda, così come avvenuto martedì scorso in Enav (Ente assistenza al volo), bisogna ricordare che, la scorsa settimana, il consiglio all'unanimità ha mostrato di stare dalla parte di Orsi, conferendogli pieni poteri sulla ristrutturazione del gruppo nella riunione che ha approvato l'ultima trimestrale in assenza di Guarguaglini. Uno dei consiglieri, Dario Galli, presidente leghista della Provincia di Varese, ha già dichiarato ieri che «nei prossimi giorni il cda prenderà le misure adeguate», quasi a voler lasciare intendere che la soluzione sarà trovata in quella sede. Ma Galli è anche, tra i consiglieri, quello più vicino a Orsi. Quanto agli altri, a parte Parlato, si tratta di Franco Bonferroni, accusato da Lorenzo Cola di aver raccolto una tangente per l'Udc (addebito respinto dallo stesso Bonferroni); l'ammiraglio Guido Venturoni e Giovanni Catanzaro, considerato vicino all'ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa. Resta il fatto che l'azzeramento metterebbe fuori gioco anche l'attuale amministratore delegato, Giuseppe Orsi, aprendo l'ennesimo problema per il nuovo governo.
Bisogna infine ricordare che Marina Grossi, cui Orsi ha già chiesto di fare un passo indietro nella Selex, si è rifiutata di farlo e ha goduto dell'appoggio della maggioranza del cda dell'azienda. La soluzione finale, qualora si riuscisse a trovarla, dovrà riguardare anche la moglie di Guarguaglini.
Intanto ieri sono continuate le polemiche sui presunti coinvolgimenti dei partiti nell'inchiesta su Finmeccanica. Alcuni esponenti dei Verdi e del Pli hanno chiesto l'istituzione di una commissione d'inchiesta, iniziativa stoppata dal Pd: «Sul caso Finmeccanica — ha commentato la senatrice Roberta Pinotti, vicepresidente della Commissione difesa — è in corso un'indagine della magistratura che, sono certa, andrà fino in fondo e farà piena luce, senza che il Parlamento debba istituire un'apposita Commissione bicamerale d'inchiesta, con costi e tempi aggiuntivi».
Il leader dell'Idv, Antonio Di Pietro, ha invece rivelato che «anche i suoi sono stati contattati per avere qualche tozzo di pane, ma abbiamo detto no, perché rifiutiamo di partecipare alle lottizzazioni e condanniamo questo sistema corrotto. Noi siamo diversi e lo rivendichiamo».
 

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