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Finmeccanica, giovedì il Cda per «sfiduciare» Guarguaglini

di Antonella Baccaro

ROMA — Il consiglio di amministrazione di Finmeccanica che dovrebbe segnare la resa dei conti ai vertici del gruppo, travolto dall'inchiesta su tangenti e frodi fiscali che ha coinvolto il presidente Pier Francesco Guarguaglini e sua moglie, Marina Grossi, manager di una controllata, ha una data: giovedì 1 dicembre. E un ordine del giorno minimo: «Revisione delle deleghe». Quelle particolarmente pesanti conferite, a maggio scorso, a Guarguaglini su strategie, alleanze, dismissioni/acquisizioni e rapporti istituzionali, quando amministratore fu nominato Giuseppe Orsi, oggi in aperta rottura con il presidente.
La notizia della convocazione è stata diffusa ieri con un comunicato del gruppo, procedura insolita nella quale è lecito scorgere il tentativo di dare seguito alla sollecitazione del governo circa «una soluzione responsabile» della vicenda.
Ma andare oltre questa deduzione è avventuroso, perché ieri Guarguaglini, lungi dal dare le dimissioni, ha rilasciato diverse interviste inviando vari segnali. E se anche si volesse trascurare quel «non ho nessuna intenzione di andarmene», in risposta al Fatto quotidiano, di certo non può passare inosservata la dichiarazione, non smentita: «Nessuno mi ha chiesto di farmi da parte».
Il riferimento è al colloquio avuto mercoledì con il sottosegretario alla presidenza, Antonio Catricalà, cui il manager ha così voluto dare il significato di un semplice chiarimento. Perché Guarguaglini persiste nella linea di negare ogni addebito, come ha ripetuto ieri al Tg1: «Io non ho mai utilizzato fondi neri, né ho mai autorizzato o chiesto ai miei dipendenti di farlo». Comunque, «è sempre possibile» che qualcuno lo abbia fatto senza che lui ne fosse informato.
Al momento perciò è ancora ipotizzabile che Guarguaglini giovedì, sia pure privato delle deleghe, non si dimetta, rimettendo alla maggioranza del Cda la scelta di decidere se lasciare, provocando in questo modo la decadenza dell'intero board. A meno che, nel frattempo, il nuovo governo non gli espliciti la richiesta di andare via. Per questo ieri Guarguaglini ha tenuto a correggere il termine «battuta» con cui aveva liquidato la richiesta del premier Mario Monti di giungere a una «soluzione».
Ieri pomeriggio, a Palazzo Chigi, Catricalà ha ricevuto Gianni Letta, suo predecessore e da sempre grande sponsor di Guarguaglini. L'argomento potrebbe essere stato la prossima nomina dei sottosegretari, ma non è sbagliato ritenere che Letta stia cercando una soluzione onorevole per Guarguaglini. Dura la battuta che quest'ultimo ha riservato all'ex premier Berlusconi, quando ha affermato di distinguersi da lui per non aver «ricevuto un avviso di garanzia». E pesante anche la presa di distanza dall'ex «braccio destro», Lorenzo Borgogni, che ora sta collaborando con gli inquirenti, definito da Guarguaglini come un suo possibile «errore».
«Guarguaglini non era a conoscenza di molte cose — ha commentato Borgogni in un'intervista a «Piazzapulita» —. Se mi scarica mi sembra umano che lo faccia. Ognuno, in questa fase, pensa a se stesso». Sui rapporti con l'ex ministro del Tesoro, Giulio Tremonti, Borgogni ha detto: «Non parlavo mai direttamente con il ministro, mi relazionavo con il suo segretario politico, Marco Milanese».
Insomma la partita pare aperta, così sull'opportunità delle dimissioni di Guarguaglini preferisce restare vago il ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera: «Ho un'opinione, ma non commento».
 

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