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Finita l’era delle co.co.co.

Il dibattito pubblico e le polemiche politiche si sono incentrati invece solo sull’abolizione o meno dell’articolo 18 identificato dal sindacato come il vessillo della tutela dei lavoratori. Il simbolo di una resa incondizionata o di una resistenza a oltranza della dignità dei dipendenti. In realtà è questo atteggiamento, la difesa senza se e senza ma di alcune garanzie non più sostenibili, che ha portato alla creazione di un mondo sempre più vasto, oltre 3 milioni di lavoratori tra co.co.co. e partite Iva, di fatto appartenenti a una casta inferiore rispetto a quella dei lavori dipendenti.

Un problema che nasce con il governo Amato, ministro del lavoro Cesare Salvi, e che nel giro di 15 anni si è trasformato in una vera e propria metastasi.

Da anni ormai le imprese non assumono più dipendenti e se gli serve forza lavoro cercano in tutti i modi di sfruttare la flessibilità offerta da co.co.co., co.co.pro., mini co.co.co. o co.co.pro. con partite Iva. Con l’ulteriore distorsione che invece di pagare di più questi lavoratori che garantiscono una maggiore adattabilità alle esigenze aziendali rispetto ai lavoratori dipendenti, li pagano meno. Ora il governo Renzi cerca di mettere una pezza e nel Jobs act, quasi di sfuggita, annuncia la riforma attesa da tempo: si prevede infatti l’applicazione universale dell’Aspi, l’assicurazione per l’impiego che andrà a sostituire tutte le varie forme di cassa integrazione, prevedendone l’estensione anche al contratto di co.co.co. «fino al suo superamento definitivo». Poco più avanti si prevede l’introduzione a titolo sperimentale del compenso orario minimo applicabile anche «fino al loro superamento» ai rapporti di co.co.co. Strano modo di fare le riforme. Non sarebbe stata più semplice e più chiara una norma che dettasse tempi e condizioni per l’abolizione delle collaborazioni, se era questo che si voleva? In ogni caso il dado è tratto. E non ci sono dubbi che l’obiettivo finale sia proprio questo, anche perché tutti gli esperti di lavoro, sia della maggioranza sia dell’opposizione, si sono sempre schierati a favore di un superamento delle collaborazioni che cancellasse in via definitiva tutti gli abusi che l’attuale sistema ha reso possibile.

Anche il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi, si è detto molto soddisfatto dell’approvazione del Jobs act. Si tratta quindi solo di capire quali saranno i tempi e le modalità che si vorranno impiegare per raggiungere un traguardo ormai fissato in modo chiaro: la trasformazione dei contratti di collaborazione in contratti di lavoro a tempo indeterminato a tutele crescenti (altra novità importantissima che però viene solo accennata an passant nel Jobs act). Difficile che la vaghezza della formula utilizzata nell’attuale disegno di legge consenta di incardinare un decreto legislativo. Potrebbe essere necessario ricorrere a un disegno di legge o un decreto legge. Visto i tempi imprecisati e l’indeterminatezza dei contenuti, per il momento è meglio che i 700 mila co.co.co. si affidino all’intercessione del ministro Poletti, in attesa di elevarlo agli onori degli altari.

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