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Fininvest esce da Mediobanca Occhi puntati su Del Vecchio

Fininvest esce da Mediobanca dopo 13 anni, e con l’aiuto di Unicredit vende il suo 2% ai blocchi: probabilmente a Del Vecchio, che non commenta. Intanto il cda Generali studia se dare al gruppo una governance più gradita ai soci privati italiani, Caltagirone e Del Vecchio in testa.
Diversi protagonisti del capitalismo privato, da “salotti buoni” o meno, hanno battuto qualche colpo ieri, in una fase di modernizzazione- ristrutturazione che tocca tanti snodi del sistema. A smuovere più le acque è stata la holding del Biscione, che ha reso nota la vendita, dopo 13 anni, del 2% nella banca d’affari fondata da Enrico Cuccia. Un’operazione «di razionalizzazione e di ribilanciamento del proprio portafoglio di investimenti finanziari», ha scritto Fininvest in una nota. La vendita, infatti, ha fruttato 174 milioni: e quasi altrettanti (167 milioni) serviranno a Fininvest per comprarsi il 5% di azioni Mediaset che la rivale francese Vivendi s’è impegnata a cederle, nella recente pace siglata dopo anni di carte bollate. Tra l’altro, Fininvest ha liquidato Mediobanca senza impatto sul bilancio, visto che il prezzo di Borsa di 9,814 euro, ai massimi da 16 mesi, ricalca quello di carico delle azioni, che in compenso nei 13 anni hanno garantito 60 milioni di euro di dividendi. Fininvest, entrata nel 2007 con l’1%, raddoppiò di peso l’anno dopo, facendo entrare Marina Berlusconi nel cda, mentre più avanti toccò al fratello Pier Silvio.
L’uscita da Mediobanca, per i Berlusconi (ma ci restano indirettamente, con il 3,3% di Mediolanum, che è loro al 30%), pare anche la fine di un percorso naturale: lo storico patto di sindacato che blindava l’istituto non c’è più, c’è invece un socio privato – Leonardo Del Vecchio – che in un anno e mezzo ha rastrellato il 13,2%, e ottenuto dalla Bce il permesso a salire al 19,9%. Proprio Delfin è tra i “sospetti” acquirenti della quota, per due motivi tecnici. Il primo, che si è trattato di un passaggio di blocchi fuori mercato, quindi grandi quantità negoziate in pochi contratti. Il secondo, che la cassaforte del fondatore di Luxottica segue da mesi la politica dei piccoli passi nell’ascesa in Mediobanca: mentre da un paio di mesi non ha comprato azioni, e potrebbe ben essere tornata a farlo ieri, superando così il 15% del capitale. Un portavoce di Delfin s’è limitato a dare un «no comment» all’ipotesi. Il ruolo di Unicredit, come chiarito dall’istituto (che di Mediobanca fu un perno azionario fino a novembre 2019), è stato solo mettere in contatto venditori e compratori sui blocchi. Ieri era in agenda anche un cda di Generali, l’assicuratore triestino di cui proprio Mediobanca è il primo azionista (12,9%), e proprio Delfin il terzo (4,8%).
L’appuntamento, in agenda per esaminare i conti del primo trimestre, sarebbe stato l’occasione per parlare, a latere, del modello di governo aziendale. Giorni fa, come anticipato da Repubblica ieri, il secondo azionista Francesco Gaetano Caltagirone (5,6%) ha inviato una mail ai consiglieri, invitandoli a esplorare modelli diversi di organizzazione: dalla creazione di un comitato esecutivo che darebbe più poteri a un numero ristretto di amministratori, all’introduzione del direttore generale con deleghe attribuite dal cda, al rafforzamento dei poteri del presidente. Tante ipotesi per ridimensionare i poteri del capo Philippe Donnet, in scadenza tra un anno e che Caltagirone non ama. A fine aprile l’imprenditore romano aveva espresso il dissenso in forma palese, disertando l’assemblea di bilancio Generali.
La battaglia del socio critico, che cerca di coinvolgere Del Vecchio e i Benetton (soci al 4%) sembra rivolta a impedire che il rinnovo del cda avvenga con una lista di nomi espressi dal cda in scadenza, secondo una prassi invalsa nelle grandi aziende anglosassoni, ma che per Caltagirone perpetuerebbe l’influenza di Mediobanca sul Leone. Oggi Generali diffonderà i dati a fine marzo e la media degli operatori stima un utile netto per 705 milioni.
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