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Fineco diventa indipendente. Unicredit cede un altro 17%

Unicredit vende Fineco, che esce dal gruppo. Con un’operazione pensata da tempo, messa a punto nelle ultime due settimane e che ieri ha subito una violenta accelerazione, il ceo di Piazza Gae Aulenti, Jean Pierre Mustier, mette le basi per la realizzazione del piano industriale 2020-23, che verrà presentato il 3 dicembre a Londra.

Annunciato in mattinata, l’accelerated bookbuilding — una procedura di vendita tra operatori di mercato — si è concluso in serata: è stato ceduto il 17 per cento di Fineco, in cambio di una cifra vicina al miliardo, esattamente 9,8 euro per azione. Lunedì in Borsa Fineco valeva 11 euro. Unicredit ha ceduto circa la metà della propria partecipazione nella banca guidata fin dalla fondazione, nel 1999, da Alessandro Foti, mantenendo il 18 per cento in portafoglio, ma derubricando la quota ad asset finanziario e non più strategico.

Non era una partecipazione che creava sinergie, sussurrano da Unicredit, mentre la cessione era il più immediato degli interventi possibili per migliorare i requisiti di capitale.

Sarà, ma l’impressione della prima ora è che in piazza Gae Aulenti abbiano venduto i gioielli di famiglia: Fineco infatti è la quarta banca italiana per capitalizzazione.

Il percorso era iniziato nel luglio del 2014, nel pieno della crisi che portò due anni dopo all’uscita di Federico Ghizzoni e si è concluso ieri con un’ulteriore presa di posizione nei riguardi del mercato italiano. Unicredit porterà a scadenza, senza poi rinnovarla, una quota importante del suo portafoglio di titoli di Stato, che oggi hanno al massimo tre anni di vita residua. I 54 miliardi di euro di Btp oggi in portafoglio diventeranno la metà nel 2022, alla conclusione del piano industriale. Mustier vuole allineare in questo periodo il volume dei titoli di Stato di Unicredit alla media del settore.

Ma le due operazioni congiunte lasciano un retrogusto di amaro pessimismo nei confronti dell’Italia, sebbene si inseriscano in un poker di iniziative — ci sono anche la consistente riduzione degli Npl e l’ottimizzazione del costo della raccolta — volte a migliorare il profilo del gruppo.

Sul fronte Fineco, che la Borsa ha penalizzato con una perdita del 7,4 per cento, come frequentemente accade quando si vendono rilevanti pacchetti di titoli in così poco tempo, è stato l’amministratore delegato Foti a intervenire: «Strategicamente per noi non cambia nulla — ha detto —. L’operazione non ha riflessi sul nostro capitale né sui bond Unicredit che abbiamo in portafoglio (8,3 miliardi di euro, nda), perché Unicredit ha rilasciato una garanzia collaterale tale da ridurre quasi a zero la nostra esposizione. Dal punto di vista dello sviluppo — ha aggiunto — la maggiore indipendenza ci rende ancor più una vera public company, con l’82 per cento del capitale sul mercato. Una condizione straordinaria: abbiamo il futuro nelle nostre mani e possiamo proseguire il nostro lavoro in un’ottica di continuità, senza impatti per la clientela».

Infatti, gli accordi garantiscono a Fineco l’utilizzo dei bancomat Unicredit per prelievi e versamenti alle medesime condizioni di ieri per i prossimi vent’anni. Mentre il marchio, di proprietà di Unicredit, resterà in uso fino al 2032, con alcune finestre all’interno delle quali Fineco potrà esercitare un’opzione di acquisto. La prima è già nel corso di quest’anno.

Stefano Righi

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