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Fincantieri delude perdite a 96 milioni Mangoni se ne va

MILANO.
Fincantieri si presenta al giro di boa dei nove mesi con ricavi in lieve aumento a 3 miliardi e 96 milioni di rosso, un valore che è destinato ad aumentare a fine anno e che rischia di non migliorare nel 2016. La società guidata da Giuseppe Bono, il cui mandato scadrà con l’approvazione del bilancio 2015, si prepara a illustrare il nuovo piano industriale in primavera per fare il punto sulla situazione. Fonti vicine alla società, ribadiscono che «Fincantieri per la sua attività operativa non ha bisogno di capitale». Fonti finanziarie interpellate al riguardo hanno invece seri dubbi che si possa evitare un aumento di capitale.
Dal 2013 ad oggi il gruppo ha sempre avuto flussi di cassa negativi (523 milioni a fine settembre), e i 350 milioni raccolti 16 mesi fa grazie al collocamento in Borsa sono evaporati con l’aggravante di un debito consolidato salito a 506 milioni a fine settembre (da 44 di cassa del settembre 2014). Secondo alcuni analisti è colpa delle navi da crociera, la cui realizzazione finale costa più di quella preventivata al momento dell’acquisizione della commessa. E della norvegese Vard, la cui quota del 55% è stata pagata 1,22 dollari di Singapore per azione, mentre oggi il titolo ne vale 0,36. Dunque il mezzo miliardo di euro investito da Fincantieri due anni fa per la quota di controllo include un avviamento a bilancio di 244 milioni, valori che probabilmente andranno adeguati ai sensi degli standard Ias, dato che non si prevede una ripresa del settore offshore.
Della sfortunata avventura in Vard stanno soffrendo anche i risparmiatori che hanno sottoscritto l’Ipo la scorsa estate e che hanno dovuto sopportare una discesa del titolo del 39%. E anche la Cassa Depositi e Prestiti che a fine 2012 rilevò il 100% di Fincantieri per 660 milioni, mentre ora il 70% dell’azienda vale 570 milioni. Secondo gli analisti non si può eslcudere una nuova iniezione di capitale che dovrebbe essere illustrata insieme al piano industriale della società atteso in primavera alla scadenza del consiglio. Anche se il futuro governo della società è molto incerto. Bono, classe 1944 e al timone di Fincantieri dal 2002, lo scorso marzo aveva scelto Andrea Mangoni, già consigliere della società, come suo delfino sostenendo la sua nomina a direttore generale e delegandogli alcune funzioni esecutive. Ma a sorpresa, ben prima della scadenza di marzo, ieri Mangoni ha rassegnato le dimissioni con effetto immediato non presentandosi neppure al cda che doveva approvare i conti. La società non ha voluto commentare l’uscita del manager, ma si parla di 3 milioni di buonuscita, una cifra per otto mesi di lavoro che non lascia spazio per un divorzio consensuale. Pare infatti che Mangoni al contrario di Bono ritenesse improrogabile una profonda ristrutturazione del gruppo, soprattutto nella divisione delle grandi navi da crociera. Mangoni avrebbe anche dovuto ricostruire il rapporto con la comunità finanziaria dopo il fiasco del collocamento, ma pare che il manager non abbia voluto incontrare nemmeno i grandi fondi istituzionali prima di avere le deleghe per presentare il nuovo piano e gestire il risanamento. Fatto sta che a questo punto il piano sarà elaborato dalla squadra di Bono, notizia che insieme alle dimissioni di Mangoni ha provocato un nuovo calo del titolo (meno 1,8% a 0,47 euro).
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