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Fincantieri, a Piazza Affari il 44%

La prua di una nave che spunta dalla facciata di Palazzo Mezzanotte, sede della Borsa, per annunciare la quotazione di Fincantieri. E un chiaro messaggio che l’amministratore delegato Giuseppe Bono, si incarica subito di consegnare alla platea accorsa nel tempio meneghino della finanza per l’avvio dell’offerta di vendita e sottoscrizione del gruppo cantieristico. «Con Fincantieri vogliamo riportare nel mondo l’italianità e portare il mondo in Italia». I termini sono ormai noti, ma il numero uno ci tiene a ribadire che questa Ipo non servirà a far cassa. «Questa è un’operazione che ci consente per la prima volta di dimostrare che viene fatta una privatizzazione con una politica industriale dietro. Porterà le risorse necessarie per crescere ulteriormente. Dopo l’Ipo, dovremo lavorare con più entusiasmo ancora di prima».
L’emozione del capo azienda è visibile. D’altronde, questa è anche, e soprattutto, una sua vittoria. Ci aveva provato, lo ricorda lui stesso, già nel 2006, ma il progetto di privatizzazione franò contro le resistenze del sindacato e le indecisioni della politica. «Noi eravamo pronti già allora, l’abbiamo perseguito con molta determinazione, sono anni che ci stiamo lavorando». E ora il manager calabrese centra il traguardo. «Con i proventi dell’Ipo contiamo di avere le risorse per essere più forti e capaci di prendere le iniziative necessarie» per far crescere il gruppo. Acquisizioni? Bono non vuole certo sbilanciarsi proprio ora, ma rimarca che l’obiettivo resta quello di «far crescere la società. In passato lo abbiamo fatto con le nostre risorse, in futuro avremo anche le risorse degli azionisti» per cogliere «le opportunità di mercato», ma anche per una «crescita» per linee interne.
Insomma, l’operazione, imperniata soprattutto sull’aumento di capitale (fino a un massimo di 600 milioni di euro, 104 milioni il contributo massimo collegato invece alla vendita diretta di azioni Fintecna), servirà a dotare il gruppo cantieristico dei mezzi per affrontare una concorrenza agguerrita. Non per far cassa, come detto, né per remunerare gli azionisti «nel medio termine». «Sarebbe distonico chiedere soldi al mercato per crescere e poi distribuire dividendi tra gli azionisti – chiarisce ancora Bono, affiancato dal cfo, Fabrizio Palermo, dal responsabile attività capital markets, Cristiano Pasanisi, e dal capo dell’investor relations, Luca Passa -. Medio termine? Almeno tre anni».
In prima fila ad ascoltarlo c’è il presidente di Cdp, Franco Bassanini, che concede a lui e al gruppo il giusto riconoscimento. «Abbiamo pochi campioni nazionali e un grande paese nell’economia della globalizzazione ha bisogno di campioni nazionali e Fincantieri lo è. Questo aumento capitale, forse non sarà l’ultimo, darà a Fincantieri le risorse per crescere». Poi, a margine, torna sulle sue parole, che forse non passeranno inosservate alla Consob, per chiarirne il senso. «I piani di crescita di Fincantieri sono molto importanti. L’azienda è già leader in Europa, intende consolidare la sua leadership e vuole lanciare la sfida ai competitor asiatici. Quindi non si può escludere in futuro un ulteriore aumento di capitale e un aumento della quota collocata sul mercato». Anche perché, dopo l’operazione, Fintecna continuerà comunque a detenere un pacchetto significativo: se verrà esercitata integralmente la greenshoe, il flottante di Fincantieri sarà del 43,9% e dunque la controllante si attesterà intorno al 55 per cento.
Un secondo tempo della partita che, per ora, resta decisamente sullo sfondo. «Godiamoci quest’operazione e poi vediamo come va il futuro», suggerisce l’ad che dosa, come sempre, ogni sua dichiarazione. «Quello che succederà in futuro lo dobbiamo vedere, sappiamo quello che c’è in giro per il mondo e dobbiamo salvaguardare il gruppo in modo che non sia pregiudicata la sua capacità competitiva». Ecco, dunque, il limite del 5% al possesso azionario inserito nello statuto per affrontare con più serenità il domani. «A oggi – aggiunge – abbiamo un “backlog”, ovvero un portafoglio di ordinativi ancora da lavorare da 9 miliardi di euro per quanto riguarda contratti già firmati e da 6 miliardi per accordi che saranno firmati a breve, per un totale di circa 15 miliardi». Il gruppo, gli fa eco Palermo, ha archiviato il 2013 «con 3,8 miliardi di fatturato, un Ebitda margin del 7,8%, 300 milioni di Ebitda. Risultati buoni ma che contiamo di migliorare ancora». Come? Bono tratteggia una direzione. «Una volta raggiunta la piena capacità produttiva in Italia, che pensiamo di raggiungere entro il 2015, tutti i cantieri italiani saranno pienamente utilizzati e avremo margini più elevati».

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