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Finanziamenti Ci vuole rating per aver soldi dalle banche

Unicredit, la banca che nell’asta di settembre ha fatto la maggior incetta di liquidità, ha già erogato 4,8 miliardi, dalle Pmi al suo network di 3mila aziende clienti corporate star fino ai suoi 150 clienti top. Il gruppo Ubi, che si è assicurato 3,2 miliardi nell’ultima tranche di dicembre, ha già avuto richieste per 2,16 miliardi. Il Monte dei Paschi ha invece messo a disposizione i primi 3 miliardi alle 25 mila aziende di relazione. 
Da quanto riferisce il sistema bancario la liquidità c’è e a costi buoni. Bisognerà vedere quanto gli istituti riusciranno a farla arrivare alle imprese. Non solo alle grandi alle prese con le sfide sui mercati internazionali ma alle piccole che da anni combattono contro il razionamento del credito. La Banca centrale europea l’11 dicembre ha fornito le munizioni. Gli istituti hanno ricevuto fondi del programma Tltro (targeted long term refinancing operation) pari a 26,5 miliardi, a un tasso dello 0,15%. La somma raccolta in Italia rappresenta circa il 20% dei 129,8 miliardi chiesti dalle 306 banche europee che hanno preso parte all’iniziativa di Francoforte. Ma il peso delle richieste delle italiane sale al 25% del totale se si somma all’asta di settembre, in cui le richieste erano state di 23,3 miliardi.
Nel giro di due mesi, in sostanza, le prime quindici banche italiane hanno ricevuto circa 50 miliardi su un totale di 212 erogato a livello europeo. Per gli istituti diventerà ora necessario trasformare la liquidità raccolta a tasso agevolato in prestiti, pena la restituzione a partire da dicembre 2016. E questa volta si tratta di linee targeted , ossia indirizzate a specifiche operazioni di finanziamento dell’economia reale e non da utilizzare per acquistare titoli di Stato.
«L’obiettivo di finalizzare gli investimenti alla media impresa sta per essere raggiunto. Esserci mossi in anticipo — ha spiegato il Ceo di Unicredit Federico Ghizzoni — ci ha consentito una selezione del credito molto buona». Delle somme finora concesse, 3,6 miliardi sono andati alle Pmi, 1,2 alle imprese più grandi, e il 60% è però finito alle classi di reddito 1-3, cioè alle aziende con il rating migliore.
Buoni voti
E le altre, quelle che più hanno sofferto del credit crunch? Visto peraltro che in Italia continua ad abbondare la domanda di credito da sopravvivenza e scarseggia quella per investire. Le banche lo sanno, visto che l’obiettivo auspicato da Francoforte non è stato centrato. Nelle due aste sono state infatti assegnati 212,4 miliardi in Europa contro i 400 messi a disposizione dalla Bce. Anche i 15 istituti italiani all’asta di dicembre avrebbe potuto chiedere fino a 75 miliardi. Ma si sono limitati a 26. Di più non pensano di riuscire a distribuirne. D’altronde le banche non possono prescindere dai piani industriali, dalle prospettive e dai programmi di espansione all’estero delle aziende quando accordano finanziamenti. Anche attraverso l’aiuto della Bce. Insomma,la liquidità a basso costo di Francoforte aiuta ma non basta.
Il risultato? Un credito tendenzialmente polarizzato verso i big con rating elevati e le medie imprese più sane, solide e attive negli investimenti – spiegano molti banchieri. Ma chi ha già beneficiato di queste linee a costo agevolato? Come sono state utilizzate? Intesa Sanpaolo ha distribuito ben oltre l’80% delle risorse immagazzinate nell’asta di settembre a Pmi, cioè aziende con ricavi fino a 350 milioni. Dall’esame dei dati, emerge che la proporzione è la stessa per gli altri grandi istituti. «I finanziamenti a valere sul funding Tltro sono destinati in prevalenza a circa 25mila aziende, di cui i due terzi di piccole dimensioni — spiega Sergio Vicinanza, direttore corporate di Mps —. L’importo di 2,2 miliardi è da destinare sia sul breve termine, per favorire l’operatività commerciale, sia sul medio per gli investimenti strutturali». Al gruppo Ubi sono già arrivate richieste per 2,16 miliardi, di cui oltre uno già deliberati — spiegano alla banca guidata dal consigliere delegato Victor Massiah.
«Abbiamo cercato di privilegiare il finanziamento degli investimenti proponendo forme a medio e lungo termine — sostiene Gianluca Savoldi, responsabile financing &advisory Italia per Unicredit —. Per le imprese italiane è un’ottima occasione di sostenere la crescita a costi che sono di gran lunga inferiori al passato, quando la bufera sugli spread aveva penalizzato soprattutto le imprese dei paesi periferici». Di quanto è sceso questo costo? Dipende, rispondono gli esperti. Anche del 50% per i grandi gruppi con buoni rating. E non solo per i fondi di Francoforte. «Oggi c’è molta liquidità, le banche sono diventate più aggressive nel proporre finanziamenti, un fenomeno che non si vedeva fino a un anno fa», spiega Ben Binetter, responsabile dei prestiti sindacati in Italia di Bnp Paribas, uno dei principali gruppi e sempre leader nelle più grandi operazioni di rifinanziamento in Italia ed Europa».
Variabili
Non è un caso che da giugno Telecom, Finmeccanica, Snam, Astaldi, Terna, Edison e per ultime Pirelli e Prada abbiano rivisto termini e condizioni dei finanziamenti. «Molte società hanno potuto adeguare i loro costi a quelli dei competitor europei, riducendo il premio legato all’attuale situazione in Italia», sottolinea Binetter di Bnp Paribas. Ci sono anche molte medie aziende virtuose come Zegna, Valentino e Calzedonia che hanno rifinanziato abbattendo i costi anche del 60-70%. «Certo — conclude Savoldi di Unicredit — il costo per un’azienda è sempre legato alle diverse fonti di liquidità della stessa banca, ma soprattutto al livello di rischio che la società da finanziare presenta».
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