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Finanza islamica, opportunità sempre più concreta per l’Italia

La finanza islamica, i fondi sovrani dei paesi musulmani, i grandi interessi che circolano intorno a una cultura d’impresa così lontana e diversa da quella italiana, non sono una minaccia ma rappresentano un’opportunità per il sistema economico del Bel Paese e gli avvocati d’affari l’hanno capito.

Col beneficio del loro lavoro, e dei clienti che richiamano l’interesse degli investitori musulmani.

Prendendo ad esempio solo gli Emirati Arabi Uniti, le esportazioni italiane verso questo Paese sono cresciute passando da 3,6 miliardi di euro nel 2010 a 5,5 miliardi nel 2012, con l’aspettativa di un raddoppio di quest’ultima cifra entro il 2015. Di pari passo, è aumentato il numero di società italiane operanti negli Emirati Arabi Uniti (Eau), da 120 a 300. I trend in Qatar e Arabia Saudita sono analoghi.

Benché via siano lievi differenze tra i diversi paesi nella regione, a livello generale le economie medio-orientali stanno perseguendo una strategia di diversificazione delle loro economie, volta a ridurne la dipendenza dalle esportazioni di petrolio e gas naturale. In particolare, vi è sempre maggiore attenzione ai settori dei servizi e delle infrastrutture, a quelli del turismo, dei servizi finanziari e professionali, dei trasporti e della logistica, nonché delle costruzioni.

«Sulla base dei fattori macroeconomici favorevoli, nonché della correlata e forte domanda in tal senso proveniente dalla nostra clientela, gli uffici del Golfo e quelli italiani stanno perseguendo una strategia di marcato rafforzamento della loro collaborazione, per poter soddisfare al meglio la necessità, sempre più avvertita, di assistere sia le imprese italiane operanti in Medio Oriente, sia investitori che da quella regione acquisiscono asset in Italia», spiega Pietro de Libero, partner responsabile della gestione dei rapporti tra gli uffici italiani e quelli del Golfo di Baker & McKenzie.

Questo studio legale internazionale è presente in Medio Oriente sin dalla metà degli anni ’70 ed è stato il primo a fondersi con uno studio di punta negli Eau.

La mission dei fondi sovrani è di investire, con approccio prudenziale, la ricchezza nazionale a beneficio e nell’interesse delle generazioni future. Ciò conferisce loro un profilo di investitori di lungo termine, animati da un forte impegno a sostenere le crescita dei loro investimenti che sia sostenibile e duratura. In Italia, pur in un contesto macroeconomico avverso, i fondi sovrani hanno investito ingenti risorse creando un ritorno economico sia per le comunità locali sia, in generale, per l’economia nazionale. Per questo motivo, conclude de Libero, «è degno di nota il lungimirante impegno posto in essere sia dell’attuale governo, sia del precedente governo Monti nel 2012, nella attrazione di investimenti da parte dei fondi sovrani nel nostro paese. In questo contesto, la joint venture da 2miliardi di euro creata nel 2012 tra il Fondo Strategico Italiano e Qatar Holding ha un importante valore simbolico».

Affari Legali ha chiesto agli avvocati che si occupano di finanza islamica come funzionano i rapporti e gli scambi con i fondi sovrani, su cosa investono di più in Italia e soprattutto se vanno considerati una minaccia per la nostra economia o piuttosto un miraggio.

Giuseppe Celli, managing partner di Eversheds Bianchini spiega che «i Sovereign Wealth Funds (“SWFs”) per loro natura soggiacciono alle direttive degli influenti stakeholder locali.

Nazioni come il Qatar e Uae hanno sottoscritto un codice di best practise denominato il Gaap Santiago Principles. Lo scopo di questo documento è quello di dare evidenza dell’impegno dei Swf sottoscrittori a condurre affari in modo trasparente e a portare avanti strategie di investimento sostenibili. Tutti i Swf hanno interesse in quelle opportunità che abbiano promettenti ritorni sugli investimenti e il mercato italiano in questo momento appare in una fase sofferente. Il Qatar ha una storia rilevante negli investimenti in marchi italiani del lusso e in real estate (per esempio nel distretto di Porta Nuova a Milano)».

Proprio dalla Qatar Investment Authority vi sono stati recenti commenti circa la necessità di bilanciare il portafoglio verso continenti diversi dall’Europa. L’Abu Dhabi Investment Authority («Asia»), forse il più rilevante fondo mondiale, sta cercando di ridurre il rischio e si sta interessando ad investimenti affidabili ma di minore portata finanziaria.

Baker & McKenzie ed Eversheds Bianchini non sono i soli ad essere attivi nell’offerta di consulenza legale nell’ambito dei fondi sovrani e soprattutto della finanza islamica. Hogan Lovells possiede una practice di Finanza Islamica che si estende dal Medio Oriente a Londra (con una presenza nei principali hub finanziari al mondo: Dubai, Francoforte, Hong Kong, Jeddah, Londra, New York, Parigi, Riad, Singapore e Tokyo): «Siamo i leader del mercato e nell’ultimo quinquennio abbiamo prestato assistenza in oltre 200 operazioni di finanzia islamica, con un valore cumulativo di oltre 40 miliardi di dollari. Siamo all’avanguardia nella strutturazione della finanza islamica innovativa, avendo guidato il primo Sukuk (bond islamici) convertibile in assoluta, ma anche il primo Sukuk equity linked», sottolinea Marco Rota Candiani socio Corporate M&A e managing partner della sede di Milano.

I rapporti con i fondi sovrani non sono sostanzialmente diversi da quelli con altri clienti, le loro strategie di business possono cambiare molto a seconda del singolo fondo. Per quanto riguarda invece i settori su cui puntare, secondo Matteo Montanaro, partner di Cleary Gottlieb Steen & Hamilton operativo nella sede di Abu Dhabi, «in Italia, in generale, i settori di maggior interesse sono quelli del lusso, real estate e di quelle società che vengono percepite come «Italian champion». Molti fondi sovrani sono più orientati verso investimenti di lungo termine, con un basso profilo di rischio e ritorni sull’investimento stabili. Mi aspetto, ad esempio, di vedere un certo interesse da parte di alcuni di tali fondi rispetto alle possibili privatizzazioni recentemente annunciate dal governo. Non credo che questa tipologia di investitori sia né una minaccia per la nostra economia né, tantomeno, un miraggio ma rappresentano senz’altro una solida realtà e un’opportunità in questo contesto economico».

Il lusso, l’eccellenza, i marchi storici e affermati. Sono questi gli obiettivi principali degli investitori islamici, ma anche degli altri uomini della finanza internazionale. Come spiega Stefano Padovani partner di Nctm, «a richiamare l’attenzione dei fondi sovrani sono gli stessi settori a cui sono interessati gli altri investitori internazionali. Non c’è grande differenza tra la provenienza dell’investitore e l’oggetto dell’investimento, né una cerchia ristretta di operazioni tipo. A riprova del fatto che non ci siano settori specifici posso citare una delle più importanti operazioni seguite dal nostro studio che è stato l’acquisto di una società italiana di lubrificanti da parte della società petrolifera di Stato della Malesia (che produce il 25% del Pil nazionale dello stato di appartenenza)».

Quando si parla di finanza islamica però non ci si può riferire solo ed esclusivamente al Medio Oriente, ma anche all’Africa del Nord e all’India. P&A Legal ad esempio concentra la propria attività in Libia in modo prevalente e nel Nord Africa. Lo studio assiste aziende principalmente italiane ed europee che investono ed operano in questa zona. «I Fondi Sovrani libici, dopo una stagione di significativi investimenti in Italia, non stanno più mostrando interesse verso nuovi investimenti in mercati europei, principalmente perché stanno subendo un significativo riassetto organizzativo, ma anche perché vogliono più fortemente possibile sostenere la crescita e lo sviluppo interno, spiega Paolo Greco managing partner dello studio. «In generale i Fondi Sovrani sono una risorsa che in momenti di limitata circolazione finanziaria può far apprezzare e valorizzare le competenze e le capacità di aziende e territori». «Le attività connesse al settore oil&gas, le infrastrutture ed il settore industriale per la produzione di utilities sono quelle suscitano maggiore interesse». Per quanto riguarda invece le difficoltà nei rapporti di lavoro, Greco conclude: «La prima è quella linguistica. L’uso dell’arabo quale lingua complica le relazioni commerciali. In secondo luogo i tempi. Spesso, infatti, le operazioni subiscono stop and go da parte delle controparti locali che, per chi non conosce il sistema, appaiono oscure o incomprensibili. Da ultimo la burocrazia e le procedure amministrative che assumono un ruolo chiave avendo quasi sempre a che fare con controparti pubbliche o parastatali».

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