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Finanza in movimento Il grande affare delle popolari Ma al tavolo c’è posto per pochi

Matteo Renzi lo aveva promesso. Ma nessuno si sarebbe atteso un decreto tanto incisivo, tanto capace di cambiare una realtà che pareva inscalfibile, pietrificata. Invece, martedì scorso è arrivato il Big Bang: tutte le banche con più di otto miliardi di attivi tangibili iscritti a bilancio dovranno avere forma giuridica di società per azioni. Tempo 18 mesi. Chi non volesse trasformare la forma sociale, può sempre cedere gli attivi (in qualche caso però trasfigurando l’essenza stessa della banca). Altrimenti il decreto prevede lo scioglimento della società. Punto. Ripresisi dallo choc, i banchieri popolari hanno organizzato le difese e annunciato battaglia: faremo di tutto, hanno detto, per bloccare il decreto (o stravolgerlo) prima che arrivi al vaglio dell’aula parlamentare. Si sono già organizzati gli schieramenti: il ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi, ha già assicurato il suo appoggio. La potentissima lobby delle popolari, che spazia dai cattolici agli ex comunisti, sta reclutando schiere di avvocati, costituzionalisti ed è pronta, quasi, a scendere in piazza. 
Risiko
Altri pensano alla prossima mano di risiko. Le operazioni possibili sono diverse: unire le due popolari della Valtellina; la Veneto con la Vicenza; addirittura tutte e quattro in un’unica superpopolare. E poi le possibili mosse della Bpm (su Vicenza); di Ubi (Bari o Etruria?); del Banco (Bari o Veneto?) e della Bper che potrebbe rispolverare il progetto di aggregazione con Bpm. Si è mossa anche la speculazione, tanto che la Consob ha acceso un faro sugli scambi.
Di sicuro, il decreto Renzi ha il grande merito di aver distinto il grano dal loglio. Che sono entrambi prodotti della terra e si assomigliano anche, ma non sono assimilabili. Così certe banche popolari. Tra istituti che hanno centinaia di milioni di euro di attivi tangibili, centinaia di sportelli e migliaia di dipendenti sparsi in tutta Italia e i piccoli istituti di provincia, la differenza è enorme. Finalmente la politica ha posto termine a un’anomalia. Il sistema delle popolari ha perso l’occasione per l’autodeterminazione delle proprie regole, tergiversando e perdendo tempo, arroccato su antiche certezze che oggi son venute meno. Lo riconosce anche uno dei suoi esponenti più in vista, Gianni Zonin, presidente della Vicenza, nell’intervista a fianco. Ciò non toglie che Assopopolari, l’associazione presieduta da Ettore Caselli e animata da Giuseppe De Lucia Lumeno (che da venerdì si firma «combattente popolare»), sebbene verrà forse privata di alcune delle associate più note, potrà continuare a perseguire con tutto il movimento quei valori di mutualità e vicinanza al territorio di cui, mai come in questo momento, si sente necessità. In fondo, sono toccate dal provvedimento dieci banche sulle 70 popolari oggi attive in Italia, il 14,28 per cento.
Benefici
Anche davanti a una riforma epocale, lo spirito mutualistico e cooperativo può quindi dirsi ampiamente tutelato e salvato. Quel che è chiaro a tutti, ora, è che il re è nudo. Finalmente per le banche conterà la dimensione e certe ipocrisie sono destinate a concludersi, se Renzi avrà la forza di trasformare questo decreto in legge, con al fianco la Banca d’Italia di Ignazio Visco, che dovrà dettare le regole di comportamento.
Ne beneficeranno in molti: le banche, ma soprattutto i loro azionisti, specie quelli piccoli o piccolissimi, che non dovranno più affrontare l’umiliazione di lunghi mesi di attesa per vendere le proprie azioni. Un affronto non più difendibile. Ne avranno invece da perdere gli abbonati alle rendite parassitarie, i politici di piccolo cabotaggio.
Modernizzazione
«La realtà prospettata dal decreto Renzi – spiega Stefano Modena di Governance consulting – è un buon compromesso, che tutela sia la realtà esistente che le esigenze del mercato e dell’Unione bancaria europea. Resta da capire come verrà convertito in legge, sono in molti che si stanno muovendo, ma è indubbiamente una grande opportunità per giocare un ruolo da protagonisti sia in Italia che in Europa». Il voto capitario — il principio una testa un voto, a prescindere dalle quote di capitale possedute —, secondo Modena «frena la presenza di investitori professionali. Questo decreto, invece, apre ai mercati. Sono state riviste norme pensate nell’Ottocento e non più adeguate a un mondo che, sulla spinta del digitale e dall’apertura delle frontiere, è cambiato molto, solo considerando gli ultimi dieci anni».
Anche il legame con il territorio non è più quello pensato nell’Ottocento, sulla spinta di Internet, della dematerializzazione e delle banche online . «La direzione del decreto — conclude Modena — è quella di un ammodernamento del sistema, senza togliere nulla alle popolari che restano popolari. Si scioglie un equivoco, si cancella una ipocrisia, dando la possibilità, alle banche capaci, di giocare un ruolo più importante». Non a caso, dietro alle barricate annunciate dai presidenti, i manager più capaci — e ce ne sono molti nelle dieci banche toccate dal decreto — stanno pensando positivamente: la trasformazione in spa farà bene agli istituti di credito. Se poi da questa nasceranno aggregazioni che daranno vita a gruppi più forti o a banche quotate in Borsa, sarà tutta un’altra partita.
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