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Filiali e personale L’Ue vuole tagliare il Monte dei Paschi

Il rilancio del Monte dei Paschi è preso tra i fuochi opposti dell’antitrust comunitario e della Bce, che ingessano il governo e i banchieri senesi. I primi due mesi della ristrutturazione che renderà il Tesoro azionista con il 70% del capitale del Monte — versando 6,6 miliardi di denaro pubblico — passano con meno progressi di quanto si sperava. La situazione politica non potrebbe essere peggiore: in Italia il governo guarda allo scontro di potere nel Pd, in Francia, Germania, Olanda si preparano le elezioni. Il negoziato di Roma sui conti pubblici, e quello bancario parallelo sul salvataggio di Vicenza & Veneto Banca, ampliano il numero dei tavoli e indeboliscono gli astanti italiani.
In questo quadro l’antitrust Ue, chiamata a dare il via libera al piano che Mps intende redigere a fronte degli aiuti di Stato, ha avviato il confronto con grande severità. Il “vecchio” piano — di quattro mesi — prevedeva nel triennio 2.600 esuberi e 500 filiali chiuse, per portare la redditività all’11% nel 2019. Ma quel primo atto dell’ad Marco Morelli era fatto perché gli investitori del mercato comprassero azioni. Non è andata così, e ora Bruxelles chiede un piano concentrato sulla “sostenibilità”: quindi nuove e drastiche riduzioni di personale, filiali e attivi Mps, anche con cessioni, fino a “dimezzare” la banca. Rendendola meno rischiosa, ma anche privandola della capacità di generare reddito, e quindi trovare in due-tre anni soci privati disposti a comprare le azioni dallo Stato (come da direttiva).
Per esempio, di recente i funzionari Ue hanno respinto le istanze senesi sulle politiche di incentivi del personale: sano principio — i salvataggi bancari pubblici prevedono tetti agli stipendi dell’alta dirigenza a circa 500mila euro — ma che rende arduo tenersi in casa i ricavi frutto di commissioni come la gestione del risparmio, oggi il solo forziere rimasto agli istituti nostrani.
A questi paradossi potrebbe ovviare il governo se avesse una voce forte, comune e ascoltata; ma nelle vicende finanziarie recenti non è così. Un insolito avvocato difensore si sta invece rivelando la Bce, che avendo per cardine la stabilità delle controllate vede di buon occhio che Siena abbia molto patrimonio (non importa se di Stato) e attività munifiche. «Un accordo sulla ricapitalizzazione preventiva è responsabilità solo delle autorità italiane e della Commissione Ue — ha detto ieri un portavoce della Bce — e noi stiamo pienamente collaborando con la Commissione». Dagli uffici della commissaria Ue al mercato Margrethe Vestager invece si è detto: «Stiamo lavorando sia con le autorità italiane che con quelle di supervisione Bce», cui spetta — si è fatto notare — stabilire i bisogni di capitale della banca. Difatti risulta che settimane fa, l’antitrust abbia chiesto a Francoforte dettagli sugli 8,8 miliardi di richieste patrimoniali fatte a Natale a Mps, pochi giorni dopo il fallito tentativo di ricapitalizzare sul mercato per un importo, sempre bollato dall’Eurotower prima, di 5 miliardi. Forse sono solo posizioni negoziali. Purtroppo, il dossier Mps è il primo caso di grande aumento “precauzionale” pubblico (art. 32 Brrd), e nessuno vuole sbagliare per difetto. Comunque i tempi non saranno lunghi: le istituzioni hanno dato il tutto il 2017 a Mps per cedere i 27 miliardi di euro di sofferenze creditizie, e allo Stato di entrare nel capitale prima, tra maggio e giugno. Prima però va trovata la quadra sul piano industriale, che due cda Mps — il 2 e il 9 febbraio — abbozzeranno, e fino ad aprile negozieranno con chi dà le carte.

Andrea Greco

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