Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

In fila sotto la pioggia. Farage: “Svantaggio per la Brexit ma poi vinceremo”

LONDRA.
Il giorno più lungo della Gran Bretagna comincia sotto un diluvio, pioggia torrenziale, tuoni e fulmini, proprio alle 7 del mattino, l’ora in cui aprono i seggi. A Kingston sul Tamigi, alle porte della capitale, si allaga una scuola in cui si doveva votare, l’acqua inonda strade e linee ferroviarie anche altrove. Sembra un cattivo presagio per
Remain,
il fronte del sì all’Unione Europea: «Se il maltempo tiene a casa i sostenitori morbidi dell’Europa, vinciamo noi», commenta raggiante Nigel Farage, il leader dell’Ukip, nella campagna del Kent, dove depone la scheda nell’urna. Pare allegro, il capo del partito anti europeo che è stato la miccia di tutta la vicenda, ma alle dieci e mezza di sera cambia umore: «Sembra che vincerà Remain di un soffio». E aggiunge: «Anche se perdiamo questa battaglia vinceremo la guerra, il genio euroscettico è uscito una volta per tutte dalla lampada».
Alla pioggia gli inglesi sono abituati: infatti si mettono disciplinatamente in fila, indifferenti ai violenti acquazzoni. «Mai viste code così lunghe ai seggi», commenta Tom Clark, reporter del
Guardian,
fuori da quello di Islington dove deve votare il leader laburista Jeremy Corbyn. Il dilu- vio, universale o quasi, diventa dunque un cattivo presagio per Brexit, il fronte del no all’Europa: partecipazione di massa al referendum, anche con l’ombrello.
Ee ecco Corbyn, giacca grigia, pantaloni spaiati. Ottimista, Jeremy? «Eccome», risponde, «gran bella giornata». Forse intende politicamente, visto il tempo. Vincerà Remain? «Date retta ai bookmaker, hanno sempre ragione», replica, poi si cava un sassolino, «tranne con me, gli sono costato un sacco di soldi», perché non credettero alla sua vittoria nelle primarie laburiste. Stavolta puntano decisamente sulla vittoria di Remain: un allibratore ha incassato 56 milioni di sterline sul referendum, di cui 5 milioni solo nelle ultime 24 ore. Quasi tutti scommessi sul restare in Europa.
Smette di piovere. La quiete dopo la tempesta: non esce il sole, ma il termometro sale a 22 gradi, qui considerata una calura. A Westminster votano David e Samantha Cameron, lui impeccabile in completo blu, lei in vestitino senza maniche estivo. Fioccano domande, il leader conservatore risponde soltanto « good morning » ma ha un sorriso bene augurante. Forse per le quotazioni dei bookmaker, il sondaggio finale, l’andamento del mercato. Più tardi, a rincuorarlo, contribuisce la lettera di 84 deputati conservatori “ribelli”, schierati per Brexit e tra loro anche Boris Johnson, che gli chiedono di restare a capo del partito, qualunque sia il risultato: nessun golpe nell’aria contro di lui, per il momento. «Grazie di avere votato per una Gran Bretagna nella Ue», twitta nella notte. Lampi. Tuoni. Ricomincia a piovere. A Leeds, davanti alla biblioteca, ora trasformata in seggio, dove stava andando Jo Cox quando è stata assassinata, i concittadini depongono mazzi di fiori e osservano un minuto di silenzio: se Remain vincerà, concordano gli esperti, sarà anche per lo shock provocato dalla tragica morte della deputata filo europea. Suo marito Brendan non si fa vedere: conforta i bambini, dopo la manifestazione a Trafalgar Square. Non si vede nemmeno Boris Johnson: è volato in Scozia, per la cerimonia di laurea della figlia. O resta lontano perché annusa una brutta aria? «Brexit conta più del mio futuro politico», dice nell’intervista pubblicata giovedì dal Telegraph, «se questa sarà la fine della mia carriera, ho fatto il sindaco della capitale 8 anni, mi basta». Vota a Londra a tarda sera: «La democrazia ha parlato», afferma sibillino.
Nell’area posh di South Kensington vota Michael Gove, ministro della Giustizia, un altro dei Tories che, come Johnson, si sono ribellati alla linea pro-Ue di Cameron e gli hanno però poi ribadito l’appoggio nella lettera. È Gove a suggerire la metafora dello sbarco in Normandia, chiamando il referendum «il nostro D-day»: forse era meglio B-day, il giorno di Brexit, in ogni caso è davvero un altro «giorno più lungo» (titolo del libro e del film sull’epico sbarco) per questo paese. Non finisce alle 22, quando chiudono i seggi: avanti fino all’alba, aspettando il risultato. Un giro in taxi tra i palazzi del potere svela le luci accese a Downing street, al Foreign Office, alla Banca d’Inghilterra: sarà una lunga notte. Sul taccuino del cronista resta l’incipit dell’articolo di Martin Wolf sul Financial Times: «La Gran Bretagna è un paese europeo, deve decidere se vuole restare ai margini dell’Europa o giocare un ruolo appropriato alla sua storia». Insomma decidere se, al termine del suo giorno più lungo, sbarcherà di nuovo in Europa. Stavolta per restarci.
Enrico Franceschini
Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Il Covid-19 danneggia maggiormente le piccole imprese, anche se le misure di sostegno del governo ha...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Ci vuole una legge per il passaporto sanitario antiCovid. Si tratta di una restrizione alla libertà...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Banca Farmafactoring e Depobank hanno perfezionato il closing dell'operazione di acquisizione e succ...

Oggi sulla stampa