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«Fiducia in Mps, sarà polo aggregante»

«Cominciai a contattare finanziatori per il mio fondo, in Messico, nel 1988. E mia nonna non era fra di loro». David Martinez Guzman, 57 anni, messicano di nascita, creatore e guida di Fintech Advisory, primo azionista con il 4,5% del Monte dei Paschi di Siena, sfata, con un sorriso, il mito numero uno. Alla nonna non deve rendere i 300 mila dollari che la vulgata comune sostiene essere stato gentile contributo della progenitrice alle fortune del nipote. Corregge il secondo: non ha un quadro di Jackson Pollock da 140 milioni di dollari in salotto. «Non l’ho appeso in casa, ma la storia del Pollock è più complessa», dice. Aggiusta il terzo: non ha mai voluto farsi prete. «Ma sono stato educato grazie anche ai Legionari di Cristo. Il fondatore, la cui storia è (tragicamente n.d.r.) nota, mi fu vicino, mi fece studiare filosofia, da laico, all’Università Gregoriana di Roma». Se ne andò poi ad Harvard, trampolino verso Citi, e infine verso sé stesso con un fondo che gestisce fra i 5 e i 10 miliardi di dollari di asset, dall’Argentina a Siena, passando da New York dove le “cronache” lo ammantano di un’aura misteriosa sulle origini della sua fortuna, sulla frequentazione con i Legionari di Marcial Maciel, definendolo «il messicano più liquido di Wall Street».
Complice il suo silenzio: da anni non concedeva un’intervista. Un legionario al Monte? È questo l’uomo, con un filo di barba su un incarnato latino, che si presenta – metaforicamente – oggi, all’assemblea di Mps, socio forte del patto che guida la banca, negli ultimi decenni vicina alle amministrazioni di sinistra.
È stato un buon affare o si è trattato solo della scommessa su un istituto in sofferenza?
Abbiamo visto l’interesse anche perché si trattava di un asset difficile. È la nostra filosofia: interveniamo in situazione di stress finanziario e crisi macro. Le difficoltà dell’euro e l’esigenza di ripensare la banca hanno creato un macro-opportunity e una corporate-opportunity. Per noi è un investimento finanziario, ma con obiettivi di lungo periodo. Monte è passato da una crisi con aiuti di stato a un piano manageriale triennale che conosciamo e sosteniamo.
Eppure avete voluto un lock up più morbido. La revisione dell’aumento di capitale vi ha sorpreso?
No. Immaginavamo che potesse essere fra i 3 e i 5 miliardi e ora, a quota 5, è più che sufficiente. Con il management avevamo pensato a una patrimonializzazione in linea con le maggiori banche del Paese. Siamo tanto convinti che partecipiamo anche al consorzio di garanzia. Quanto al lock up nessun mistero: da investitori preferiamo avere meno vincoli, ma il nostro orizzonte è quello che si è dato il piano di ristrutturazione quindi tre anni, sapendo che ci vorrà tempo perché il Monte decolli del tutto. Il lock up non significa che intendiamo vendere anzitempo. In Spagna, per il Banco Sabadell (di cui Fintech possiede il 5%, ndr) avevamo una clausola di soli tre mesi. Non abbiamo ancora venduto un’azione.
Quindi condivide l’operato del management?
Sì. Hanno un piano ambizioso, ma hanno mantenuto gli obbiettivi. Siamo favorevoli alla continuità.
Continuità interrotta, in realtà, al vertice della Fondazione. Antonella Mansi ha annunciato le dimissioni. Come avete lavorato in questi mesi?
Antonella Mansi ha protetto gli interessi della Fondazione con grande tenacia e abilità, contro pressioni dei mercati, esponenti governativi e della stessa banca. Mi dispiace davvero che abbia lasciato. Ha dato un enorme contributo a Siena, consentendo la stabilizzazione finanziaria della Fondazione.
Crede in un prossimo consolidamento del mondo bancario europeo, del sud Europa in particolare, che potrà coinvolgere anche Mps?
Il consolidamento è inevitabile. Monte dei Paschi potrebbe essere, in una seconda fase, elemento di attrazione, il consolidator, attorno al quale far convergere asset italiani e poi, magari, europei.
Vede sinergie con Sabadell? Si parla dell’attivismo spagnolo, cominciando da Santander…
Sabadell e Monte hanno strategie diverse. Quanto alle banche spagnole va detto che hanno giocato un grande ruolo in America latina. Santander e BBVA hanno manifestato molto interesse per l’Italia.
Voi, in novembre, avete rilevato la quota di Telecom Italia in Telecom Argentina. È stato un buon investimento?
Siamo stati partner di Telecom Italia in Telecom Argentina per anni e sono molto vicino a Marco Patuano. L’accordo di novembre attende l’ok del governo di Buenos Aires e quindi non è interamente completato. La situazione in Argentina è complessa, stiamo lavorando per l’approvazione, resa più problematica dalla nostra presenza nel settore tv via cavo.
Teme che l’approvazione possa non arrivare?
Sono fiducioso che il governo darà il via libera all’operazione, così come sono fiducioso sulle prospettive dell’Argentina.
Sul cavo c’è fermento anche in Europa. Intendete investire?
Il nostro interesse è sulle società di telecomunicazione del sud Europa, inclusa Telecom Italia di cui siamo investitori. Apprezziamo l’operato del management.
Siete pronti ad aumentare la vostra partecipazione in Telecom Italia?
Prima vogliamo risolvere il caso Telecom Argentina, ma esiste la possibilità di accrescere il nostro investimento.
L’Italia sembra tornata, con forza, nel mirino degli operatori internazionali. È d’accordo?
I mercati hanno reagito in modo esagerato alla crisi, arrivando a considerare, addirittura, la frattura dell’euro. Una visione troppo pessimistica che ha abbattuto il valore degli asset. Il recupero va confermando la tesi di Mario Draghi secondo cui «l’eurozona diverrà un isola di stabilità» perché le misure adottate per rafforzare l’euro sono quelle giuste. I governi italiani, Renzi, ma prima di lui Letta, Monti e anche Berlusconi hanno varato provvedimenti in questo senso. L’Italia non soffre le dinamiche del «boom and bust» da economia emergente che abbiamo visto in Spagna. È un’economia matura e siamo positivi sul quadro macro del Paese.
Visto con le lenti di un investitore che cosa crede debba fare il legislatore europeo per evitare il ripetersi di nuove crisi?
Sono molto bullish su come l’Europa ha gestito i suoi problemi. Faccio i complimenti all’Ue e metto in guardia dal porre troppa attenzione ai segnali dei mercati. Fanno la voce grossa, ma è cacofonia. Le istituzioni europee, grazie anche alla Germania, hanno saputo opporre la logica razionale del negoziato. Questa crisi deve avere la forza di trasformare l’assetto europeo, nella consapevolezza che i tempi della politica non sono quelli della finanza. I mercati vogliono la soluzione in un giorno, ma la soluzione in un giorno, semplicemente, non c’è. Per questo a chi invoca subito il monetary easing ricordo che prima di dare la medicina è necessario compiere qualche sforzo.

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