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Fiducia imbrigliata nella Ue

di Fabrizio Galimberti

A quante velocità gira l'Europa? C'era una volta… l'Unione europea a 27 Paesi. Ma un club a parte esiste con i 17 che formano l'area euro. Più recentemente, un altro "gruppo" si sta formando: la crisi dei debiti sovrani sta conducendo a un accordo stringente sul controllo dei conti pubblici, una specie di "Patto di stabilità" rafforzato (il nome originale del Patto del 1998 era "Patto di stabilità e crescita", ma in questa nuova versione c'è molta stabilità e poca crescita). Questo fiscal compact, che richiede pesanti intrusioni sui bilanci dei singoli Paesi, si è allargato oltre la lista dei Paesi euro, ma non a tutti: c'è un "gruppo dei 25" che lo ha approvato, e sono restate fuori Gran Bretagna e Repubblica ceca. Intanto, una riunione informale ha visto attorno al tavolo i quattro Paesi (dei 17 dell'area euro) che ancora conservano la tripla A: Germania, Olanda, Lussemburgo e Finlandia.
Fra geometrie variabili e convergenze parallele, la costruzione europea sembra sfilacciarsi in una serie di gruppi e gruppuscoli, ognuno con la sua agenda, intenti a guardarsi dietro le spalle per non andare troppo avanti o per non restare troppo indietro. Ma è questa una lettura equa di tale confusa situazione?
Megnad Desai, un economista anglo-indiano, fatto Lord dalla Regina, scrisse del suo complicato Paese di origine: «Per rimanere pacifica e stabile, l'India deve essere una nazione dove regnano confusione e antagonismo». Parafrasando Lord Desai, potremmo dire che per portare avanti l'integrazione l'Europa deve essere rigata da disaccordi e contrapposizioni. Ma da queste contrapposizioni sta nascendo una nuova governance. Il nuovo Patto di bilancio può essere criticato nel merito; ma, per quanto riguarda il metodo, bisogna riconoscere che avere raccolto intorno a un programma di rigore 25 Paesi su 27 è stato un successo. E la serie estenuante dei vertici che si sono susseguiti per mettere le pezze alla crisi dei debiti sovrani può essere criticata nel metodo, ma non nel merito. Se i negoziati hanno mostrato disaccordi e acrimonie, alla fine ne uscirà un'architettura istituzionale cogente per rimediare alle crisi, stendere reti di sicurezza, e soprattutto prevenire gli strappi nei conti con procedure di sorveglianza rafforzate.
Ma la questione principale è un'altra, e precisamente quella della crescita. E non ci riferiamo tanto alle misure per promuovere l'espansione delle economie: queste misure strutturali che ogni Paese è invitato a mettere in cantiere sono sacrosante, ma non hanno effetti in tempi brevi. A breve termine possono perfino rivelarsi controproducenti, se innescano conflitti e tensioni. No, il problema che qui ci interessa è quello, troppo spesso dimenticato, degli andamenti spontanei dell'economia, del dipanarsi del ciclo secondo le sue forze interne. Troppo spesso si guarda alla crescita come a un'orchestra incapace di suonare se il direttore – la politica economica, congiunturale o strutturale – non agita la sua bacchetta. Ma dopo la morte di Arturo Toscanini l'orchestra filarmonica di New York, in omaggio al grande direttore, diede un concerto senza nessuno sul podio. In quel caso gli orchestrali volevano significare che il direttore li aveva formati e istruiti così bene che riuscivano a suonare anche senza di lui.
Il caso del sistema economico è diverso. I Governi hanno una funzione più limitata rispetto a quella del direttore di un'orchestra e gli operatori hanno meno bisogno della bacchetta: spendono e risparmiano, lavorano e oziano, importano ed esportano, fanno e disfano prezzi e costi, prestano e prendono a prestito a seconda degli "spiriti animali" che li muovono.
Questi "spiriti animali" oggi sono più forti in America, ma gli umori profondi che li muovono non sono confinati agli Stati Uniti. Una delle caratteristiche anomale di questa crisi sta nell'ottima situazione dei bilanci aziendali. I profitti sono buoni e la liquidità delle imprese batte molti record. Che cosa c'è dietro questa discrasia fra economie in crisi e imprese in buona salute? La risposta più attendibile fa ricorso alla rivoluzione industriale e manageriale che stiamo vivendo, una rivoluzione che, incominciata con il crollo del costo dell'informazione – e cosa sono le imprese se non blocchi di informazione organizzata a scopi produttivi – ha creato nuovi processi e nuovi prodotti, nuovi modi di consumare e di produrre. Il connubio fra telematica e globalizzazione ha rivoluzionato le catene di offerta in giro per il mondo. Il Made in Italy o il Made in Usa o il Made in China stanno lasciando il posto a un "Made in the World" e le opportunità di riduzione dei costi, unite ai vantaggi – temporanei ma continuamente rinnovati – dei guadagni da innovazione tengono alti i profitti.
Questo processo è stato oscurato dalla Grande recessione prima, e poi dalla sua coda velenosa, la crisi da debiti sovrani. Ma nel frattempo è andato avanti, come un fiume carsico, e ha sostenuto il ciclo, arginando le tendenze disgregatrici delle crisi.
Il grafico delle Borse in giro per il mondo mostra come alla prima fase della ripresa è seguita una nuova debolezza, legata da una parte all'esaurisi degli stimoli e dall'altra al dispiegarsi della crisi europea, con i suoi effetti deleteri sulla fiducia. Ma il grafico mostra come la fase più acuta di questa ricaduta è passata, e gli operatori guardano al futuro con maggiore fiducia.
Anche gli indici più sensibili, come quelli dei direttori agli acquisti, sia nel settore manifatturiero che in quello dei servizi, raccontano le stesse tendenze. Se solo la politica potesse seguire il consiglio ippocratico – primo, non nuocere – e togliere di mezzo quell'incertezza che oggi pesa sulla voglia di crescere!

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