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Fiat, soluzione Pomigliano. Si torna alla società unica

TORINO — L’aveva fatto capire solo l’altro ieri, Sergio Marchionne, da Grugliasco: «Stiamo lavorando a una soluzione». Che in realtà sarebbe già stata trovata. Fiat non conferma. Ma sono fonti sindacali, citate dall’Ansa, a dare per certa la svolta per Pomigliano. Non solo per i 19 che, dopo l’assunzione ordinata dal giudice per altrettanti iscritti Fiom, si avviavano dalla mobilità al licenziamento: anche, anzi soprattutto, per i 1.400 dipendenti non ancora passati a Fabbrica Italia Pomigliano, sempre in carico alla «vecchia» Fiat Group Automobiles, e tuttora in cassa integrazione. Il problema è che quella Cig, a differenza di quanto accade nella «nuova» Pomigliano (dove gli stop sono saltuari e legati al mercato), è Cig straordinaria. Con una scadenza precisa: luglio. Da lì in poi, non potrebbero esserci più rinnovi. E non potrebbe esserci alternativa né per i lavoratori né per l’azienda: o l’assunzione in Fip o la mobilità. La prima è esclusa: troppo bassa, sempre, la domanda di auto per pensare di aumentare la produzione e dunque l’occupazione. Quel che restava era quindi lo spettro della seconda.
Potrebbe essere presto scongiurato. La Fiom dava già per certi i licenziamenti. Tra i «sindacati del sì» — anche se il numero uno Fismic, Roberto Di Maulo, raffredda: «Stiamo lavorando, ma al momento la soluzione non c’è» — si dice invece che il giorno buono potrebbe essere lunedì. E che la via d’uscita potrebbe essere questa: scioglimento della newco Fip e «ritorno» dei suoi dipendenti alla «vecchia» Fga. Per questi lavoratori non cambierebbe nulla, sarebbe un passaggio burocratico. Per i 1.400 mai usciti dalla (ex?) bad company e dalla Cig, oltre che per i famosi 19, cambierebbe invece tutto. Non tornerebbero in fabbrica, non fino a che il mercato non si sarà ripreso. Ma non finirebbero nel tunnel della mobilità, perché Fga non dichiarerebbe chiaramente più la «cessazione d’attività». E potrebbe accedere alla cassa ordinaria, legata alle esigenze della produzione.
La questione è con tutta evidenza complessa e delicata. I passaggi che comporta lo sono altrettanto. Perciò le stesse fonti sindacali restano ben coperte e il Lingotto neppure commenta. Ieri, peraltro, a Torino la giornata di Marchionne è stata occupata in gran parte da Fiat Industrial. Consiglio d’amministrazione, incontro con i sindacati di settore, conference call con gli analisti. Ed è da lì che arriva l’aggiornamento più atteso dai mercati (finanziari, questa volta). La fusione procede, Wall Street si avvicina: quotazione «nella prima metà del terzo trimestre», cioè tra luglio e agosto, conferma il presidente. E se come da programma si va avanti verso il matrimonio Industrial-Cnh, come da attese si presentano i conti 2012 del gruppo. «Girano» benissimo le macchine per l’agricoltura (+20% i ricavi) e bene quelle per costruzioni (+6%). Frenano, in parallelo alla caduta del mercato europeo, i camion (-6,7%, ma «dobbiamo smetterla di parlare di cessione di Iveco, non è vendita»). E frena ancor più l’attività Powertrain (-8,9%). Anche in Fiat Industrial, come nell’auto, è insomma il «lato americano» del Lingotto a trainare un bilancio che chiude con ricavi in aumento del 6,2% a 25,8 miliardi, utili della gestione ordinaria a 2,079 miliardi (+393 milioni), attivo netto su del 31% a 921 milioni. Sono «profitti coerenti con la nostra strategia», dice Marchionne. Che promette: «Il dividendo resterà un elemento strutturale». Per ora, 2012, in un quadro finanziario che vede l’indebitamento industriale netto passare da 1,2 a 1,6 miliardi a fronte di 6,2 miliardi di liquidità, il monte-cedole sarà di 275 milioni: 0,225 euro per azione.

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