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Fiat, sindacati e partiti all’attacco “Il governo deve fare di più”

Il governo ora «pretenda » di sapere che intenzioni ha la Fiat, perché uno stop alla produzione negli stabilimenti italiani del gruppo sarebbe «inaccettabile ». La politica e i sindacati – pur ancora senza versione comune alzano il tiro sulla vertenza Fiat e chiedono a Palazzo Chigi di occuparsi di politica industriale. La decisione del gruppo di Torino di non rispettare – per via dei risultati
di mercato – l’impegno preso due anni e mezzo fa con il progetto «Fabbrica Italia» (20 miliardi d’investimenti) entra così di potenza nel dibattito sulle già numerose crisi aziendali e occupazionali
del Paese.
Al governo, i partiti chiedono di fare di più. Cesare Damiano del Pd precisa che non ci si può limitare a chiedere un chiarimento alla Fiat, «bisogna pretenderlo: quando diciamo che vorremmo in Italia una politica industriale a sostegno dei settori strategici, non stiamo parlando della luna, ma di quanto è stato fatto da Obama, Merkel e Hollande a difesa dei rispettivi settori dell’auto». E «visti i miliardi pubblici destinati alla sopravvivenza del marchio ribadisce l’Idv – la convocazione deve essere immediata». Anche il Pdl di Fabrizio Cicchitto, chiarisce che «il piano Marchionne non va preso a scatola chiusa». Il governo, quindi faccia la sua parte e «non sia solo notaio» chiede il sindaco di Torino Piero Fassino.
Richiesta che arriva anche dai sindacati, che sul caso Fiat, però, non marciano ancora compatti: sulla visione comune di come uscire dalla nuova emergenza pesa infatti la questione Pomigliano (accordo firmato solo dalla
Cisl e dalla Uil). La Cgil di Susanna Camusso ci va giù dura («il tema centrale non è il calo della produzione, ma l’assenza di un piano industriale: il Paese è stato preso in giro»), ma la leader del sindacato ieri ha anche chiesto che «le tre organizzazioni dei meccanici utilizzino questa occasione per fare una proposta unitaria e riaprire il confronto con la Fiat e il governo». Un appello cui la Fim Cisl ha risposto rivendicando la bontà del patto
produttivo firmato a Pomigliano («ha trasformato uno stabilimento semichiuso nel più moderno sito della produzione dell’auto in Europa») e affermando che «l’assenza di lavoro non rende gli accordi sbagliati, ma disperatamente inutili». In toppi «protagonisti e osservatori», dice la Fim, «sembrano ansiosi di celebrare il funerale». Raffaele Bonanni, leader della Cisl, dichiara: «Non mi pento del sì, ma voglio vedere i piani». Più risoluto il leader
della Uil Luigi Angeletti: «Non possiamo accettare riduzioni della capacità produttiva. Noi crediamo ancora che la Fiat possa restare una casa automobilistica competitiva, ma perché ciò sia possibile bisogna crederci e fare gli investimenti necessari». Anche perché «è evidente che siamo in una fase di crisi di mercato, ma in Italia, malgrado tutto, si produce un terzo delle auto che
si comprano».

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