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Fiat rivede al ribasso l’obiettivo-utile 2013

Fiat aggiusta al ribasso i target del 2013, la Borsa punisce il titolo che scende del 4 per cento per risalire nel finale a -2,2. E Marchionne precisa: «Non sono cambiati gli obiettivi ma gli effetti del cambio euro-dollaro». Poi aggiunge: «Considero fuori luogo la reazione dei mercati».
Nei fatti il 2013 del Lingotto si chiuderà con un utile prima delle imposte tra 3,5 e 3,8 miliardi quasi un miliardo in meno della forchetta annunciata all’assemblea degli azionisti (tra i 4 e i 4,5 miliardi). A mitigare gli effetti della crisi, un terzo trimestre migliore delle attese in Usa dove Chrysler ha fatto registrare il nono trimestre consecutivo di crescita (utile netto a 464 milioni di dollari contro i 381 dello stesso periodo del 2012) e non prevede di modificare i target di fine anno nonostante alcune obiettive difficoltà come i problemi incontrati nel lancio del nuovo Cherokee: «Abbiamo capito dove abbiamo sbagliato e ora ripartiamo », ha ammesso Marchionne.
I buoni risultati americani non bastano da soli a bilanciare le conseguenze della crisi europea dove il Lingotto continua a perdere: nel terzo trimestre il rosso delle attività del vecchio continente è stato di 165 milioni, pure in notevole miglioramento
rispetto ai 238 del terzo trimestre 2012. Ma, nonostante il trend sembri incoraggiante, in conference call Marchionne ha precisato che «non ci sono segnali perché in Europa il 2014 sia significativamente migliore del 2013».
Dunque anche i prossimi dodici mesi saranno un periodo di transizione nel vecchio continente. Agli analisti l’ad promette che «in occasione dei dati del primo trimestre 2014», darà un aggiornamento sui programmi di uscita dei nuovi modelli. E’ chiaro che per ora il cuore della vicenda Fiat è a Detroit dove è in corso la trattativa con il fondo Veba per la cessione del 41,5 per cento delle azioni. Ufficialmente il fondo ha chiesto a Fiat di andare in Borsa per vedere qual è il valore reale dei titoli. E ieri Marchionne ha annunciato: «Stiamo lavorando per arrivare a fine anno con la quotazione». Ma tutti sanno che, più di un annuncio, si tratta di una minaccia. Entro fine anno, plausibilmente, si tratterà di trovare un accordo per la cessione del pacchetto senza passare da Wall Street. Poi ci sarà la fusione. Operazioni costose: secondo Barclays, Torino dovrebbe sborsare quasi due miliardi di dollari per acquistare la totalità di Chrysler senza subire downgrade. Calcoli che spingono gli analisti a una domanda intrigante: «Pensa di cedere asset per rilevare la totalità di Auburn Hill?». Marchionne risponde secco: «Non ho alcun programma di cessione di asset». Il retropensiero va all’Alfa Romeo, oggetto del desiderio di Volkswagen. Ma è proprio ai concorrentigermanici che il manager si riferisce quando dichiara: «Nonostante la crisi, non intendo chiudere stabilimenti in Europa. Perché non intendo fare favori alla concorrenza tedesca». Per evitare questo genere di favori è presumibile che nei prossimi mesi, chiusa la partita di Detroit, il Lingotto debba spendere molti soldi (gli analisti dicono non meno di 3 miliardi di euro) per far partire quel piano Alfa Romeo che Marchionne giuradi avere da tempo nel cassetto. E che completerebbe quella gamma di prodotti premium che sono gli unici, dice l’ad, sui quali ha senso investire in Europa.
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