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“Fiat rispetterà gli impegni, ma non da sola”

Quello che appare davanti a 6 mila “professional” di tutto il mondo è un Sergio Marchionne in pieno stile americano. Nel giro di 24 ore l’amministratore delegato di Fiat-Chrysler ha chiamato a raccolta i dirigenti e i quadri di tutto il gruppo, incontrandone dal “vivo” alcune centinaia al Lingotto di Torino e collegandosi in teleconferenza con tutti gli altri, compresi
quelli di Auburn Hills, nel Michigan. Lo ha fatto per fare squadra. Per chiedere ai suoi uomini di «non mollare». Per ribadire: «Non ho alcuna intenzione di abbandonarvi». E per avvertire il governo: « Siamo
pronti a fare la nostra parte ma non da soli. É necessario iniziare da subito a pianificare azioni, a livello italiano ed europeo, per recuperare competitività internazionale».
È stato il presidente di Fiat, John Elkann, a rompere il ghiaccio durante la seduta globale di “team building”. Un discorso breve, il suo, incentrato sui buoni numeri dell’azienda: «Il 2012 – ha detto ai “professional” – sarà per noi un anno importante: le previsioni di fine periodo indicano risultati in crescita. In aggregato rappresenteranno il risultato più alto raggiunto da Fiat in tutta la sua storia». È da qui che è partito Marchionne, che però nel suo lungo discorso non ha mai toccato il tema degli investimenti sui siti produttivi italiani. Ha nuovamente fatto un riferimento polemico a Diego Della Valle, senza però citarlo. E poi ha dato il via a una conclusione piena di messaggi positivi, che è stata anche l’unica parte dell’incontro (rigorosamente a porte chiuse) che è stata diffusa ai media.
Il manager italo-canadese ha ripercorso le tappe degli ultimi otto anni, dal «rischio estinzione» del 2004 alla fusione con Chrysler. Ha parlato di una crisi pesantissima «che ci impedisce addirittura di fare
previsioni affidabili». E ha ribadito quanto già spiegato al premier Monti: «Dobbiamo ripensare il modello di business al quale siamo abituati. La possibilità che la nostra azienda e il nostro Paese diventino un nucleo significativo per le esportazioni di auto esiste. È credibile».
Marchionne ha anche spiegato di essersi accorto del malcontento per le sue trasferte americane: «Sono nati dubbi sul fatto che il mio ufficio
di Detroit volesse diventare quello principale. Questi pensieri possono aver alimentato un certo senso di abbandono. Vi ho voluto incontrare anche per questo. Non ho mai smesso di occuparmi della Fiat e non ho intenzione di farlo». Ora però la Fiat è «sotto attacco» e il manager si chiede «che senso abbia fare tutto ciò per un Paese che non apprezza, che spera nei miracoli di un investitore straniero, che ci dipinge come sfruttatori e incapaci.
Loro non sono la maggioranza e non sono certo la parte sana del Paese». Il finale è in stile convention Usa: «Siamo quella parte d’Italia che vuole cambiare per sopravvivere, che non si arrende alle difficoltà ma lotta per dar vita a qualcosa di nuovo e migliore».
I “colletti bianchi” hanno apprezzato. Quelli di Torino hanno raggiunto il Lingotto con decine di autobus e hanno formato una lunga coda per entrare. Alla fine quasi
tutti erano più ottimisti: «Un discorso del genere ci voleva proprio », confidava una giovane dirigente all’uscita. Più disincantati i “professional” con i capelli bianchi: «Bella iniezione di fiducia, ma aspettiamo i nuovi modelli – commentava un manager del settore Ict -. E il riferimento a Della Valle era evitabile: certi battibecchi non sono nello stile di una grande azienda come la nostra».

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