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Fiat prenota un altro 3,3% di Chrysler

Fiat esercita la terza tranche dell’opzione sulla quota Chrysler del fondo Veba e getta le basi per salire al 68,5% dell’azienda americana; in attesa di definire la trattativa sul prezzo con il fondo Usa, Sergio Marchionne si prepara ad annunciare oggi, qui da Val di Sangro, i nuovi investimenti per la produzione di furgoni in Abruzzo.
La mossa sulla scacchiera americana era attesa ed è stata ufficializzata ieri mattina: «Fiat ha comunicato al Veba – scrive il Lingotto – la volontà di esercitare la sua opzione di acquistare una terza tranche della partecipazione detenuta da Veba in Chrysler Group, tranche pari a circa il 3,3% del capitale di Chrysler». Veba è un fondo fiduciario, gestito dal sindacato Uaw, che garantisce le prestazioni sanitarie ai pensionati Chrysler. Nel suo portafoglio c’è attualmente una quota del 41,5% di Chrysler, ricevuta nel 2009 in occasione della bancarotta pilotata dell’azienda. Sul 40% di tale quota (ovvero il 16,6% di Chrysler) Fiat dispone di un’opzione esercitabile in tranche semestrali.
Il computo del prezzo
«Fiat – spiega la nota di Torino – pagherà un prezzo di esercizio determinato secondo gli accordi tra le parti sulla base di un multiplo di mercato (non eccedente il multiplo di Fiat) applicato all’Ebitda di Chrysler degli ultimi quattro trimestri pubblicati, meno il debito industriale netto. Secondo il calcolo di Fiat, l’importo netto da pagare per l’acquisto di questa terza tranche della partecipazione di Veba in Chrysler è pari a 254,7 milioni di dollari Usa». La formula, in sostanza, assegna a Chrysler un valore tanto maggiore quanto migliori sono i suoi bilanci: per questo l’offerta Fiat è nettamente superiore ai circa 140 milioni offerti per la prima tranche e anche ai 198 della seconda.
L’effetto ritardato
Le prime due tranche dell’opzione call erano state esercitate da Fiat nel luglio 2012 e nel gennaio di quest’anno, ma non hanno visto un effettivo trasferimento delle azioni. Proprio sulla formula di calcolo del prezzo, infatti, le due parti non si sono accordate: per la prima tranche, per esempio il Veba chiede 342 milioni di dollari, equivalente a una valutazione dell’azienda di oltre 10 miliardi (contro i meno di 5 proposti da Fiat). «Se accettano il nostro prezzo, possiamo chiudere in settimana», ha scherzato ieri Marchionne, intervenendo a margine dell’assemblea dell’Unione industriale di Torino. Ma è sempre più probabile che per sbloccare la situazione si debba attendere il verdetto della Chanchery Court del Delaware, cui Fiat si era rivolta fin dal settembre 2012. La decisione della Corte potrebbe arrivare entro fine luglio, ma ci sono già stati vari slittamenti. Fiat ha già predisposto negli Usa la liquidità necessaria all’operazione.
La strada per l’Ipo
Chrysler ha intanto avviato su richiesta del Veba la procedura per permettere la quotazione del titolo a Wall Street, dove il fondo intende vendere un altro 16,6% del capitale; ma l’esito più probabile resta la cessione in blocco a Fiat – operazione che permetterebbe al Lingotto di raggiungere il 100% e di avviare la fusione. Due passi importanti per due motivi. Il primo è che già ora Chrysler produce il grosso degli utili del gruppo: i conti del secondo trimestre 2013, attesi per fine luglio, dovrebbero confermare la ripartizione dei trimestri precedenti (l’azienda Usa è arrivata a pesare per il 90% del risultato consolidato).
Il secondo è che la fusione permetterà un utilizzo più flessibile della liquidità dell’azienda americana. La disponibilità dei fondi Chrysler potrebbe forse permettere a Marchionne di allentare la rigorosa dieta cui, anche causa crisi, sta sottoponendo da parecchi anni gli investimenti Fiat.
Oggi il manager annuncerà da Val di Sangro quelli destinati ai furgoni costruiti dalla Sevel, joint venture con il gruppo Peugeot. Restano invece congelati quelli per Mirafiori; per la possibile “obsolescenza” della fabbrica torinese ha espresso ieri preoccupazione il ministro dello Sviluppo Economico Flavio Zanonato, che pure ha definito la Fiat «un patrimonio del Paese».

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