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«Fiat più grande? Pronti a diluirci»

di Raffaella Polato

MILANO — «Andare all’estero non significa che ciò che c’è in Italia si riduce» . Ma conferma, John Elkann, che quel che potrebbe ridursi (e il condizionale è forse superfluo) è la partecipazione di Exor. Sta ovviamente parlando di Fiat-Chrysler, il numero uno della holding torinese (oltre che presidente della stessa Fiat), e il concetto è quello su cui insiste da almeno un paio d’anni: meglio essere «azionisti più piccoli di un gruppo più grande» che fissarsi nella «staticità dell’esistente» e frenare lo sviluppo delle aziende. Questa volta, in un colloquio con il Financial Times, è ancora più esplicito. Quale sia la strada che Sergio Marchionne, con «l’assoluto supporto» dell’azionista, ha imboccato per il Lingotto è ampiamente noto: l’alleanza con Auburn Hills. Altrettanto noto è il punto d’approdo: fusione. Potrebbe essere completata in due-tre anni, secondo le indicazioni dell’amministratore delegato (del quale Elkann dice: «Non potremmo avere un partner migliore. Obiettivi chiari, sostegno reciproco e rispetto per i rispettivi ruoli: è questa l’essenza di una buona relazione. E lui ha un enorme talento» ). A quel punto, quando arriverà il momento di unire le due aziende, è vero che l’ultima parola spetterà a Exor: «Ogni decisione— sottolinea il quotidiano— deve avere l’approvazione di Elkann» . È vero anche, però, che ci sono pochi dubbi sul modo in cui l’operazione Chrysler è sempre stata accompagnata. Totale sostegno ieri. Totale sostegno domani: anche, ribadisce il presidente, attraverso la diluizione della quota della holding (scelta «impensabile» , scrive l’Ft, sia per le precedenti generazioni Agnelli sia per le altre famiglie europee dell’auto, «dai Peugeot ai Quandt» ). Morale: Exor potrebbe essere sempre il primo socio singolo del nuovo gruppo. Ma non più con il 30%storico. È la parte della strategia delineata per trasformare l’auto torinese «in un business più grande» , come ripete Elkann al Financial Times (titolo del ritratto-intervista: «L’erede inaspettato che ha salvato i gioielli di famiglia» ). Dopodiché, è chiaro che sa perfettamente quale sia il nodo «politico» di questo scenario. Sede a Torino? A Detroit? Gruppo italiano? Americano? Le decisioni sulla governance, dicono i vertici torinesi da quando è scoppiata la polemica, non sono sul tavolo oggi e dipenderanno — tra l’altro— dalle condizioni in cui nel frattempo potrà «muoversi» Fabbrica Italia (che proprio ieri è di fatto partita a Pomigliano: prime otto assunzioni, ma anche annuncio dei primi ricorsi Fiom). È in ogni caso un gruppo «multipolare» , quello che si delinea. E il punto, per Elkann, è la capacità di stare sui mercati internazionali. Finanziari: ieri Fiat Industrial ha lanciato un bond da un miliardo con scadenza a quattro anni, e uno da 1,2 a sette anni (in entrambi i casi con richieste superiori all’offerta). E produttivi: sempre ieri, in Messico, Marchionne ha festeggiato con il presidente Felipe Calderon il lancio della 500 «americana» e preannunciato che a Toluca potrebbe arrivare un altro modello del gruppo. Ma, insiste Elkann, niente di tutto ciò significa «ridurre la presenza in Italia» . Anzi: «Fiat è un grande esempio di come una società italiana possa crescere all’estero e accettare la sfida dei mercati mondiali» . Quello che lui chiama «l’orgoglio per le proprie radice» rimane: «Ma non dovrebbe essere un freno per la crescita» .

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