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«Fiat non chiuderà impianti in Italia»

MILANO — «Abbiamo scelto di scommettere sull’Europa». Dunque sull’Italia. Sergio Marchionne lo conferma prima agli analisti, poi a Cisl, Uil, Fismic, Ugl. «Non chiuderemo stabilimenti», ripete. E poiché tutti sanno che le fabbriche a rischio non sarebbero state né quella in Polonia né quella, nuovissima, in Serbia, a tirare un sospiro di sollievo sono soprattutto i sindacati. Certo, era quanto si aspettavano. Vero, ancora non c’è lo «scongelamento» degli investimenti a Mirafiori. E sì: con la nebbia che rimarrà sul mercato continentale almeno per l’intero 2013 ci vorranno altri «24-36 mesi per lo sviluppo completo dei siti nazionali». Ma l’opzione «chiusura di uno o più impianti» lo è stata, sul tavolo. «Abbiamo scelto» l’altra, la scommessa sull’Italia, rivedendo interamente la strategia alla luce della crisi più dura mai attraversata dal settore. La strada bocciata prevedeva che Fiat rimanesse concentrata sui marchi «di massa»: la «razionalizzazione», leggi i tagli, sarebbe stata in questo caso inevitabile. La via imboccata fa leva sui brand premium, quindi su investimenti che portino Alfa e Maserati ai livelli di Jeep: un portafoglio prodotti totalmente «riposizionato» per guardare anche fuori dalla Ue e «coprire» da qui una domanda che, oltre Atlantico, ha invece già saturato le linee esistenti. Tant’è che «se chiudessi un impianto in Europa dovrei aprirne un altro da un’altra parte».
È l’export, quindi, la soluzione del rebus nazionale. Marchionne l’aveva anticipato al governo, e al governo fa ora riferimento: «Lavoriamo insieme a misure che migliorino la competitività delle esportazioni».
Serviranno. Come servirà la «piena adesione» agli accordi sindacali sulla flessibilità. «Investiremo in tutti gli stabilimenti italiani», ha ripetuto ieri in una telefonata al premier Mario Monti e poi, in serata, a Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Roberto Di Maulo, Giovanni Centrella. Soddisfatti, perché «il primo investimento partirà presto, a Melfi, ed entro il 2015 tutti i lavoratori Fiat saranno riassorbiti». Ma qui sì, c’è una condizione. Per il Lingotto «sarà necessario» che «chi con Fiat» ha già «condiviso» il progetto-competitività «lo difenda attivamente nei confronti di alcune minoranze, determinate a impedirne il successo contro gli interessi del Paese e degli stessi lavoratori». Un chiaro riferimento alla Fiom. Un altrettanto chiaro appello alle altre sigle. Alimenterà polemiche e divisioni. Ma è cruciale, per Marchionne. Perché la strada scelta per mantenere le cinque fabbriche è tutt’altro che la più facile (perciò reagisce infastidito quando, durante l’incontro, gli portano le agenzie con le critiche di Idv e Pd: «Non sanno nemmeno come si avvita un bullone», è il commento nei racconti dei presenti).
Lo dimostrano, oltre allo scenario europeo, i numeri approvati ieri. Il terzo trimestre Fiat-Chrysler chiude con ricavi in aumento del 16% a 20,4 miliardi e un utile netto raddoppiato da 112 a 286 milioni. Quest’ultima cifra sale, sui nove mesi, a un miliardo. Ma senza Chrysler resta in realtà una perdita di 800 milioni. Ed è tutta europea. Influiscono oneri straordinari, e infatti la stima del «rosso» 2012 nel Vecchio Continente è sempre di 700 milioni («Pareggio nel 2015-2016»). Però è questo, oltre alla revisione al ribasso dei target e insieme all’aumento del debito (a 6,7 miliardi dai 5,4 di giugno) e al calo della liquidità (da 22 a 20 miliardi), a far reagire malissimo la Borsa. Sulla scia di Chrysler il titolo aveva aperto in rialzo. Finisce giù del 4,66%.

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