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«Fiat, nessun piano per chiudere fabbriche in Italia»

di Raffaella Polato

MILANO — Ci ha appena investito quasi un miliardo. Poiché sono investimenti freschi, ne fanno lo stabilimento più all'avanguardia dell'intero gruppo Fiat-Chrysler nel mondo. Oltre che l'unico impianto italiano — delle quattro fabbriche auto che il Lingotto ha qui — in cui i progetti di sviluppo annunciati nel 2010 siano passati dalla «carta» alla catena di montaggio: la nuova Panda esce ormai da quattro mesi. Non è dunque ben chiara la logica in base alla quale Pomigliano continua a essere indicata come uno dei due stabilimenti — con Mirafiori, a sua volta l'unico altro sito con una mission dichiarata, anche se lì gli investimenti promessi sono previsti solo dalla seconda metà dell'anno — che Sergio Marchionne avrebbe già deciso di chiudere. Indipendentemente dal fatto che funzioni o meno l'«operazione export» dall'Italia agli Usa (la condizione esplicita perché Pomigliano, Mirafiori, Cassino e Melfi possano superare indenni la crisi e l'eccesso di capacità produttiva comuni a tutta l'industria automobilistica europea).
Eppure, dopo l'intervista del numero uno Fiat-Chrysler al Corriere, dieci giorni fa, il tamtam giornalistico e sindacale (versante Fiom-Cgil) che dà per certa la doppia chiusura insiste. Rilanciato anche ieri. Fino a provocare una telefonata tra il ministro del Welfare e i vertici Fiat. E fino alla duplice smentita. Prima è Elsa Fornero a informare: «Ho parlato con Sergio Marchionne e John Elkann. Ho avuto la rassicurazione che le notizie di stampa sulla chiusura di stabilimenti in Italia sono destituite di fondamento». Poco dopo, tocca a Torino. Tranchant: «Non esiste alcun piano di chiusura di impianti automobilistici in Italia. Fiat si riserva ogni opportuna iniziativa di tutela in merito a illeciti connessi alla diffusione di notizie o documenti falsi».
È la vigilia del Salone di Ginevra. In Svizzera, oggi, Marchionne ed Elkann avranno un ospite d'eccezione: ci sarà il presidente serbo Boris Tadic al lancio della 500 L, la monovolume prodotta a Kragujevac (e là «dirottata», due anni fa, proprio da Mirafiori). È solo una coincidenza, chiaro. Come lo è il fatto che ieri, a Torino, al termine di una visita del governatore del Minas Gerais è stata annunciata la costruzione di una nuova fabbrica Cnh nella regione brasiliana. In un caso e nell'altro, tuttavia, si parla comunque di investimenti all'estero. Non allarmano i «sindacati del sì», che ribadiscono la fiducia nel Lingotto. Ma Fiom e Cgil li uniscono ai tamtam di stampa e ci leggono la conferma di «un avvenire fosco» (Susanna Camusso). È Fornero, dopo la telefonata con i vertici, a sottolineare le rassicurazioni: «L'impegno assunto è rafforzato anche dall'operazione Chrysler». Lei, aggiunge, ha «espresso fiducia e rinnovato l'auspicio» che Fiat possa continuare a garantire «almeno gli attuali livelli» occupazionali. La risposta è in quella nota pubblica e secca: «Non esiste alcun piano di chiusura».
 

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