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Fiat, nel 2014 la fusione con Chrysler

TORINO — È il filo rosso di buona parte dell’assemblea. Del post assemblea. E delle analisi di Borsa. È della fusione Fiat-Chrysler che si vuole sapere al Lingotto, da Sergio Marchionne e John Elkann. Sono le prospettive del merger che spingono il titolo, su fino al +1,6% della chiusura. Dettagli inediti non molti, non è ancora tempo. Ma qualche certezza in più, dalla riunione che approva il bilancio 2012, in fondo arriva. «Un fatto inevitabile», ripete l’amministratore delegato a proposito dell’operazione. E questo era chiarissimo ormai da tempo. Ora però Marchionne rimette in fila, uno dopo l’altro, molti dei punti che comporranno il disegno finale. Ed è da qui che riparte Piazza Affari.
Primo: c’è la conferma che, con 21 miliardi di liquidità, «abbiamo il doppio di quel che ci serve per acquistare la quota Veba, se troveremo l’accordo» (l’intera somma, «livello enorme e dai costi elevati», sarà comunque custodita come sorta di assicurazione «fino a quando la situazione europea non troverà qualche certezza»). Secondo: per un primo «riferimento» sul valore di quelle azioni Chrysler si aspetta sempre il verdetto del Tribunale del Delaware, atteso tra maggio e giugno, e «vediamo dove ci porta». Ma in ogni caso «stiamo continuando a lavorare per trovare le possibili soluzioni» con il fondo del sindacato Usa. Se poi l’intesa non arriverà, se Veba preferirà tentare l’Ipo sperando di incassare di più, auguri, «non so che prezzi si possano ottenere dal mercato sapendo che è una quota di minoranza e che la maggioranza non venderà mai». Di sicuro, a quel punto, non sarebbe Fiat a comprare. Per cui è vero, l’Ipo magari rallenterebbe un po’ l’iter. Ma «entro fine anno avremo comunque certezza su come procedere». E sì, se dovesse scommettere «direi che c’è un po’ più del 50% di possibilità» di aver completato il tutto, fusione e magari quotazione della newco, per il decennale del suo «sbarco» a Torino. Ossia entro il primo giugno 2014.
Accanto a Marchionne, il presidente nonché azionista di maggioranza del Lingotto conferma. John Elkann ha appena rivendicato in assemblea il «coraggio» della «nuova Fiat», quella che industrialmente c’è già e che senza Chrysler non sarebbe stata possibile. Ha ripetuto come il momento sia difficilissimo per l’Italia e sia persino peggiore per l’auto, stavolta in tutta Europa. Come dirà poi Marchionne, prevedendo un calo del 5% nella Ue e vendite nel burrone degli 1,3 milioni di vetture da noi: «Per la prima volta non riesco a vedere il “fondo”. La crisi si sta estendendo in modo preoccupante, e preoccupanti sono certe risposte. Capisco benissimo il governo francese, la mia non è una critica, ma è choccante vedere bond a garanzia illimitata e uno Stato totalmente schierato con un costruttore» (riferimento a Psa).
Ecco. È questo il flash che riassume il disastro di un intero settore in un intero continente. Così Elkann può ricordare, dopo una parentesi a conferma dell’impegno Fiat nella ricapitalizzazione Rcs, quello che chi guarda solo al cortile nazionale spesso dimentica: «Diversi costruttori hanno annunciato licenziamenti e chiusure. Noi no. Noi manterremo l’occupazione». Per quanto lo stallo della politica stia strozzando le aziende, per quanto anche il Lingotto «paghi» e chieda di «fare in fretta per ridare credibilità al Paese», «noi abbiamo scelto di fare la nostra parte». Per essere ancora più chiari: «Non cambieremo i nostri piani per l’Italia», assicura Marchionne, «non è in programma» (almeno non fin qui). In programma c’è invece, sempre, la scommessa di crescere con Chrysler. Oltre che — appunto — «in» Chrysler. Certezza, questa, che «sul medio-lungo» richiederà di rafforzare il capitale. Ma non sono previsti né aumenti («Potremmo vendere assets»: magari il 2,8% di Industrial, sicuramente «non Ferrari, impagabile»). Né nuovi soci: «Investitori? Se acquistano bond sono benvenuti. Non credo sia necessario farli entrare nella struttura del capitale».

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