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Fiat, la maggioranza incalza il governo

ROMA – «Il problema Fiat resta aperto», dice Pier Luigi Bersani leader del Pd. «L’avvio di un percorso condiviso tra Fiat e governo nel corso del quale dovrà essere protetto il reddito dei lavoratori, è positivo», osserva invece il segretario del Pdl, Angelino Alfano. I due commenti sull’esito dell’incontro di sabato tra l’esecutivo guidato da Mario Monti ed i vertici della casa automobilistica, divergono nettamente nel tono ma non nella prudenza e nella preoccupazione. «Al tavolo di ieri c’era un convitato di pietra e cioè una nuova stagione di ammortizzatori sociali costosi per i lavoratori e per lo Stato, senza una prospettiva sicura», spiega Bersani che punta l’attenzione sulle incognite dell’occupazione e della cassa integrazione e chiede al governo di «allargare il confronto» anche con gli altri protagonisti dell’industria automobilistica, in forte crisi.
«Pensiamo che sia necessaria e possibile la conservazione di tutti i siti produttivi», afferma a sua volta Alfano rilevando che il governo «dovrà, quindi, individuare misure per la generalità delle imprese e non solo per Fiat, con particolare riguardo al sostegno della contrattazione aziendale, del salario di produttività, dell’esportazione e della ricerca».
Pierferdinando Casini, leader dell’Udc, è più esplicito nell’inviare un avvertimento: «La Fiat deve adempiere agli impegni che ha preannunciato: ha avuto dallo Stato, che ha fatto bene a darli, aiuti sostanziosi. Ma abbiamo già dato. Ora sia la Fiat a dare. Sono tendenzialmente contrario ad altri incentivi» dice l’ex presidente della Camera. E contro eventuali incentivi ad hoc, si esprime anche la Lega Nord con Gianni Fava: «Se sono necessari ad aiutare le imprese, come crediamo, allora bisogna darli a tutte».
Più dura la reazione dell’Italia dei Valori con Antonio Di Pietro che su Facebook parla di incontro «farsa». Il governo «avrebbe dovuto porre domande precise alla Fiat: quando ha intenzione di fare gli investimenti, quali sono i modelli innovativi e dove intende produrli». A Di Pietro fa eco, in qualche modo, l’ex amministratore delegato della casa torinese, Cesare Romiti: «Ieri non si è combinato nulla perché bisognava pur dire quali sono i programmi e i progetti che la Fiat intende mettere in campo. La società è rimasta indietro nell’individuazione di modelli. Il governo non ha ottenuto niente tranne la parola che non vogliono chiudere gli stabilimenti. Non basta» insiste il manager.
Anche sul fronte sindacale prevale lo scetticismo e la voglia di non sbilanciarsi troppo. E se la leader della Cgil, Susanna Camusso liquida l’incontro di Palazzo Chigi con un secco «non è cambiato nulla rispetto al giorno prima», il segretario generale della Uil Luigi Angeletti riconosce che «non era realistico attendersi dei miracoli». Quanto alla Cisl, Raffaele Bonanni rinvia il giudizio: «Aspettiamo l’incontro con Marchionne programmato per ottobre ma è innegabile che c’è stata una tempesta». Non sorprende la «delusione» della Fiom: «l’unico documento che abbiamo è solo un comunicato generico: penso che sia il governo a doverci dire qualcosa. La favoletta dei mancati investimenti in tempo di crisi non mi convince», spiega il responsabile Auto Giorgio Airaudo.
Gli interrogativi, le preoccupazioni e anche le critiche di partiti e sindacati sull’esito del vertice con la Fiat non sembrano però preoccupare più di tanto il governo. A palazzo Chigi si continua a ritenerlo soddisfacente: in particolare per l’impegno del Lingotto a rimanere in Italia che secondo il governo era tutt’altro che scontato. In cambio di questo il premier Mario Monti e i suoi ministri hanno assicurato la ricerca di soluzioni per rafforzare la competitività dell’azienda, magari attraverso agevolazioni alle esportazioni. Si lavora a diversi aspetti: l’azienda ha avanzato l’idea di una riduzione del cuneo fiscale, magari grazie ad un taglio dell’Irap per i prodotti destinati all’export; ma è sul tavolo anche l’ipotesi di studiare facilitazioni al credito.

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