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«Fiat in Italia investe miliardi» Con Chrysler sede americana

Sì, la sede va decisamente verso gli Usa. Due settimane, da qui a mercoledì 29 gennaio, e poi sarà il consiglio d’amministrazione a decidere. Ma non ci sono grandi dubbi: se Wall Street sarà la Borsa principale per Fiat-Chrysler, la cui quotazione «è tecnicamente possibile entro l’anno», gli States avranno quasi inevitabilmente anche la base legale. Le relative polemiche, in Italia, Sergio Marchionne le ha già sperimentate. Ha già risposto, con John Elkann. Ieri, al secondo giorno del Salone di Detroit, ha ribadito: un conto sono le sedi «formali», un altro quelle operative. E sebbene qui nulla sia destinato a cambiare — la produzione nel nostro Paese è semmai destinata ad ampliarsi: da «cuore» dell’Europa a punto di partenza per l’export anche extra Ue — il numero uno del Lingotto sa benissimo che il dibattito può solo salire di tono.
Così, intanto, ribadisce: quella che il board del 29 dovrà affrontare (e il cui esito appare scontato) «è una questione difficile, ci sono componenti emozionali». Componenti di cui occorre tener conto, aggiunge. E che lui capisce. Non però nei termini sollevati,tra gli altri, dalla Fiom. La Fiat e gli Agnelli lasciano l’Italia, non investono qui, abbandonano le fabbriche? È l’accusa su cui insiste Maurizio Landini. A Marchionne pare populista. E la risposta è secca: «È falso. Abbiamo speso miliardi in Italia». Solo per gli investimenti negli impianti dell’auto, da Pomigliano in poi, suppergiù quattro. Almeno un altro in arrivo a Cassino, lo stabilimento della scommessa di rilancio dell’Alfa Romeo.
Cose dette e ridette. E non sembra avere troppa voglia, Marchionne, di usare il palcoscenico di Detroit per parlare della Fiom. Tanto meno nel giorno in cui, a Torino, la trattativa con gli altri sindacati per il rinnovo del contratto intravede la firma. Allo stesso modo,il leader Fiat-Chrysler evita di farsi trascinare nell’altra «trappola», quella della politica in senso stretto. L’Italia ce la può fare, a risolvere i problemi? «Ha bisogno veramente di una spinta, ben venga qualsiasi asso possiamo trovare». Può essere Matteo Renzi? «Non posso esprimere un’opinione, non lo conosco abbastanza». Non sarà perché ci ha litigato? «Io non ho mai litigato con Renzi».
Stop. Fine delle deviazioni dai temi aziendali. E a tenere banco sono ancora soprattutto le questioni Borsa, sede, nuovo nome della società. Ribadisce per l’ennesima volta, Marchionne, che le decisioni verranno dal board. Però, certo, «c’è una naturale propensione a muoversi verso gli Stati Uniti, dove ci sono mercati efficienti anche se non perfetti e dove c’è tanta liquidità». Ma non è solo questo. Mentre ha pronto il nuovo spot per il Superbowl («Vedrete, vi piacerà»), ricorda la differenza di «pesi»: «Oltre il 50% delle vendite è generato qua». Attenzione in ogni caso a non confondere «sede legale» e «quartier generale». Torino resterà base per l’Europa come Detroit lo è per il Nord America o Belo Horizonte, in Brasile, per l’America Latina. E così come «Chrysler è e rimarrà un brand americano» (che fra l’altro punta «a un milione di Jeep»), e «Fiat e Alfa sono e resteranno italiani». Davvero, però, la questione è «solo emozionale»? Sì, dice: «Fiat ha 115 anni di storia, Chrysler quasi 90. Si deve lavorare per una soluzione che combini due entità così importanti l’una per l’altra. Ma la capacità di rompere le barriere è alla base del successo».

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