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Fiat: «Fabbrica Italia è superata»

Fiat è una multinazionale che ha «il diritto e il dovere di compiere scelte industriali in modo razionale», e continuare a fare riferimento al piano Fabbrica Italia «è impossibile». La nota diffusa ieri dal Lingotto – che non si discosta dalle prese di posizione degli ultimi mesi da parte di Sergio Marchionne né da quella, dei giorni scorsi, del presidente John Elkann – arriva in un momento difficile per le fabbriche italiane del gruppo e ribadisce che «la delicatezza di questo periodo impone a tutti la massima cautela nella programmazione degli investimenti».
Fiat ricorda che già «con un comunicato del 27 ottobre 2011 aveva annunciato che non avrebbe più utilizzato la dizione Fabbrica Italia perché molti l’avevano interpretata come un impegno assoluto dell’azienda mentre invece si trattava di una iniziativa del tutto autonoma che non prevedeva tra l’altro alcun incentivo pubblico».
«Da quando Fabbrica Italia è stata annunciata nell’aprile 2010 le cose sono profondamente cambiate – spiega il comunicato di ieri–: il mercato dell’auto in Europa è entrato in una grave crisi e quello italiano è crollato ai livelli degli anni Settanta». Oltre alla congiuntura è cambiata Fiat stessa, che con la Chrysler «è oggi una multinazionale e quindi, come ogni azienda in ogni parte del mondo, ha il diritto e il dovere di compiere scelte industriali in modo razionale e in piena autonomia. La Fiat ha scelto di gestire questa libertà in modo responsabile e continuerà a farlo per non compromettere il proprio futuro, senza dimenticare l’importanza dell’Italia e dell’Europa».
Che l’equilibrio di Fiat sia cambiato, lo dicono i numeri: il gruppo ha ottenuto nel primo semestre più del 50% dei ricavi dal Nordamerica e un altro 20% dall’America Latina, contro un 26,4% in Europa. Ciò ha permesso al Lingotto di soffrire meno di molte concorrenti la congiuntura negativa per l’auto e il mercato italiano in caduta libera. Certo, i conti in Europa sono in rosso (-354 milioni di euro nel primo semestre) ma a livello di gruppo restano in nero e anzi saranno nel 2012 – ha detto Elkann – migliori dell’anno precedente.
Parte di questi risultati viene anche dal ferreo controllo dei costi imposto da Marchionne, un controllo che comporta tra l’altro il rinvio di numerosi investimenti nel rinnovo della gamma. L’erede della Punto, il modello chiave in Europa, è già stata rimandata più volte e attualmente non è prevista a piano per i prossimi due anni. Nell’incontro con i sindacati di agosto, Fiat ha annunciato che l’investimento a Mirafiori per la produzione di due modelli con i marchi Fiat e Jeep «è sospeso». La nota di ieri dice che «informazioni sul piano prodotti e stabilimenti saranno comunicate in occasione della presentazione dei risultati del terzo trimestre 2012», ovvero il prossimo 30 ottobre.
I dipendenti delle fabbriche italiane sono intanto da tempo in cassa integrazione totale o parziale (compresi i colletti bianchi di Mirafiori). L’utilizzo della Cig ha permesso finora al gruppo di evitare scelte più drastiche; nonostante la chiusura di Termini Imerese i quattro impianti italiani di Mirafiori, Cassino, Pomigliano e Melfi restano nel loro complesso fortemente sottoutilizzati.
Fiat prosegue intanto gli investimenti all’estero. Lunedì sera Sergio Marchionne ha promesso ai concessionari Usa della Chrysler 66 novità in tre anni; ieri Jack Cheng, numero uno del gruppo in Cina, ha presentato ufficialmente la nuova Viaggio (prodotta dalla joint venture con Gac) e ha detto che il gruppo sta valutando la costruzione di una seconda fabbrica «nel sud della Cina». La diversificazione è premiata anche dagli investitori: la banca d’affari Goldman Sachs in un report datato 12 settembre assegna alle azioni del Lingotto un prezzo potenziale di 8,5 euro (contro gli attuali 4,734) sulla base del fatto che «la percezione di Fiat come un’azienda centrata sull’Europa è malposta: grazie al controllo di Chrysler, Fiat è la meno esposta al mercato europeo fra tutti i costruttori da noi considerati».

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