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Fiat fa profitti solo con Chrysler

MILANO — «È stato un buon trimestre per Fiat, in linea con le aspettative. Anche se senza Chrysler saremmo stati in perdita». La conference call è appena iniziata. I numeri, al mercato, sono già noti. E nonostante siano più o meno quelli previsti dalla media degli analisti, nonché gli stessi che lunedì avevano spinto i titoli sul del 4,8%, ora che c’è il timbro del board la Borsa va in direzione esattamente opposta: perdite fino al 6%, congelamento, riammissione, chiusura a —4,44%. Performance che Sergio Marchionne sembra non guardare neppure, o aver messo nel conto delle «operazioni di giornata» piuttosto che sotto il titolo «delusione a Piazza Affari». La fotografia di Fiat Chrysler nel secondo trimestre, a metà dell’anno peggiore che l’auto europea ricordi, non ha d’altra parte quasi niente che non fosse stato annunciato. L’Europa perde. L’America guadagna. La sintesi è che il Lingotto, grazie a Auburn Hills, annacqua il passivo e chiude comunque in utile. Dovrà riconsiderare nuovamente — «Lo faremo a fine ottobre» — i target fissati per l’area euro, rivalutare in base all’evoluzione della crisi «il suo impatto» sui piani prodotto e sulle fabbriche italiane (la Punto già congelata, perché «produrla oggi non ripagherebbe il capitale», fa nel caso di Melfi e non di Cassino l’impianto più a rischio). Il resto del mondo, per Fiat Chrysler, gira però come da programma. E quindi per il gruppo gli obiettivi 2012 rimangono confermati.
Lo consentono le prospettive extra Ue e il bilancio di metà esercizio. I ricavi netti arrivano a 21,5 miliardi nel trimestre e a 41,7 nei sei mesi: dati non confrontabili con il corrispondente periodo 2011, che consolidava Chrysler solo da giugno, ma che danno un’idea di quale sia l’apporto di Auburn Hills se si considera che, senza, la sola Fiat si sarebbe fermata a 9,2 miliardi. L’utile della gestione ordinaria raddoppia nella trimestrale, da 525 milioni a un miliardo, e aumenta l’«accumulo» da gennaio: 1,8 miliardi contro 776 milioni. Sembra crollare, invece, il risultato netto. Ma un anno fa, sugli 1,2 miliardi di aprile-giugno, pesavano proprio i «profitti atipici» realizzati con l’operazione Detroit. Oggi, i 358 milioni trimestrali (737 da inizio 2012) sono in linea con le attese.
Resta il nodo subito sottolineato da Marchionne con gli analisti. Senza Chrysler la perdita sarebbe stata secca: 246 milioni sui tre mesi, 519 sui sei. Il lato fragile, fragilissimo, ha sempre lo stesso indirizzo: Europa in particolare, Italia in generale. La prima «continua a mostrare segni di debolezza», la seconda viene preannunciata «in calo del 20%» anche a luglio.
È una crisi oggettiva, ripete. E che viene da lontano. Qui, in conference call, l’eco della polemica con Volkswagen sul «bagno di sangue» da «prezzi aggressivi» arriva molto, molto attutita. Le domande si fermano alle prospettive europee. Le risposte, ripartono da un’analisi cruda. Nei prossimi anni, insiste Marchionne, «ci sarà un certo numero di Paesi con il problema di dover ridurre» il numero di fabbriche. E non «per incapacità dei costruttori di fare affari»: perché «bisognerebbe avere una laurea per non vedere» che la questione è «di costi e inefficienze legati alla sovracapacità produttiva. Gli Usa li hanno affrontati. L’Europa no». Lo accusano, perciò, di essere «mercatista» a corrente alternata? Facciano. «Credo nel libero mercato. Ma è necessario coordinare gli sforzi». Altrimenti, nel mezzo di una guerra di «sconti che non permettono di recuperare i costi di sviluppo», alcuni costruttori «si troveranno a pagare un prezzo irrimediabilmente alto». Fiat Chrysler non intende essere nel gruppo. Anche quello che Marchionne ammette essere «un abnorme livello di liquidità» (22,7 miliardi) viene mantenuto «sulla base di quello che sappiamo e vediamo sui mercato». Dei capitali, aggiunge lui. Ma, chiaramente, non solo di quelli.

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