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Fiat ed Exor pronte alle alleanze

«Vendere Fca ai tedeschi? Mai. Ci abbiamo messo una vita intera per creare questa realtà». Un mese fa, davanti ai soci riuniti in assemblea, Sergio Marchionne era stato secco a smentire eventuali operazioni con Volkswagen. E nello stesso modo aveva liquidato l’ipotesi di colloqui con i francesi di Peugeot. In realtà secondo i bene informati qualche contatto, in entrambi i casi, c’è stato nei mesi scorsi; ma al quarto piano del Lingotto, dove hanno sede gli uffici di Fiat (ancora per qualche settimana) e del socio di maggioranza Exor, al momento è su un altro che si sta lavorando: dossier più circoscritti, che assomiglino più a un’alleanza di carattere industriale che a una grande operazione di M&A, e che aiutino il gruppo a centrare gli obiettivi del piano al 2018; in particolare l’ambizione di produrre 7 milioni di auto l’anno, considerata da alcuni addetti ai lavori irrealistica con l’attuale perimetro del gruppo.
Fiat-Chrysler ha bisogno in particolare di una sponda in Asia, dove serve un marchio forte nell’area da affiancare a Jeep, unico marchio globale del gruppo (oltre ad Alfa, Ferrari e Maserati, che però si muovono su altri ordini di grandezza) e quindi capace di sfondare anche tra Cina, Giappone, Korea e gli altri mercati dell’area. L’ideale, dal punto di vista commerciale, sarebbe trovare un partner in Cina, ma per il momento il mercato è considerato troppo affollato (e “volatile”) per consentire un rafforzamento; di qui, si apprende, la scelta di concentrarsi su Korea e Giappone: potrebbero tornare a galla, così, i vecchi dossier Mazda e Suzuki, cui si potrebbe aggiungerne uno targato Honda. Hyundai, per ora, rimane invece una specie di sogno proibito.
Secondo gli addetti ai lavori, un modello che potrebbe essere replicato è quello dell’accordo siglato di recente con Renault nei veicoli commerciali, un’alleanza di carattere industriale per ridurre i costi di sviluppo e di produzione. Possibile una joint-venture, più difficile invece uno scambio di azioni, (se non su scala limitata). Per le operazioni su vasta scala, la finestra utile si è chiusa quando – a fine 2013 – Fiat ha siglato l’accordo con il Veba per salire al 100% di Chrysler. Da allora la strada è tracciata e in teoria non ammette – questione di volontà, ma anche di convenienza – sbandate: il piano Marchionne prevede che le soddisfazioni maggiori, per lo meno in termini di cash flow, non arriveranno prima di due anni, dunque è difficile che Fiat-Chrysler si presenti alle nozze prima di essere nel suo momento di forma migliore.
Lo sa bene anche l’azionista Exor. Che, eliminato l’ostacolo del recesso, ora si vede proiettato sulla quotazione al New York Stock Exchange, che porterà con sé anche il voto multiplo. Non è un passaggio da poco, ai fini della governance: l’attuale quota di poco superiore al 30% potrà essere fatta valere, grazie alle azioni speciali conferite ai soci fedeli, fino al 46%, aprendo ampi spazi di manovra sulla partecipazione, che potrà essere diluita senza mettere in discussione il controllo. Niente di tutto questo, comunque, per ora: a meno di qualche proposta improvvisa e irrifiutabile, di qui ai prossimi mesi per Fiat-Chrysler ci si concentrerà sulle piccole operazioni. I dossier più voluminosi saranno affrontati lontano dall’auto: per la holding, con tre miliardi di risorse prontamente stanziabili in cassa (debito compreso), c’è spazio per diversificare. Soprattutto adesso che il controllo su Fiat è blindato.

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