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Fiat-Chrysler, utile a 528 milioni «Siamo impegnati a ridurre il debito»

MILANO Chiude un trimestre record per fatturato e, soprattutto, redditività. Ma l’indebitamento sale. E nonostante Sergio Marchionne assicuri che è solo un fattore stagionale unito all’effetto cambio, e che per fine anno l’obiettivo di scendere sotto i 5 miliardi è confermato esattamente come tutti gli altri target di Fiat Chrysler Automobiles, Piazza Affari non pare voler scommettere così lontano. Si ferma alla fotografia dei 6,6 miliardi che compaiono nella relazione al 31 marzo 2016, approvata ieri dal consiglio, e il titolo che fin lì guadagnava inverte la rotta. Arriverà a perdere anche il 3,5%. Chiuderà a 7,03 euro. Giù del 2,6% nel confronto con la seduta precedente.

Il punto è che gli operatori sembrano passare sotto una lente poco interessata gli indicatori più strettamente industriali (pur se in qualche in caso migliori rispetto alle previsioni degli analisti): i ricavi che salgono del 3%, dai 25,8 miliardi di gennaio-marzo 2015 ai 26,5 attuali; le consegne in leggero calo causa turbolenze brasiliane, in un quadro che tuttavia proprio perciò dimostra la maggior redditività della gamma (e su scala globale la differenza è comunque di poche migliaia di auto rispetto al totale di 1,086 milioni di vetture immatricolate dal gruppo); il risultato operativo che quasi raddoppia, da 700 milioni a 1,379 miliardi (696 milioni e 1,307 miliardi i dati non rettificati); l’utile netto che dal sostanziale pareggio di 31 milioni vola adesso a quota 528 (27 e 478 milioni non rettificati).

È sulla base di questi numeri che il consiglio d’amministrazione, come già avevano fatto una settimana fa in assemblea lo stesso Marchionne e il presidente John Elkann, confermano i target fissati per fine anno. Nuovo tetto per i ricavi, visti oltre i 110 miliardi. Redditività in ulteriore crescita: nel suo primo esercizio senza il lusso Ferrari, da inizio anno quotata e «trasferita» sotto le bandiere Exor, Fiat Chrysler Automobiles promette un risultato operativo e utili netti rettificati superiori, rispettivamente, a 5 e 1,9 miliardi di euro.

Dopodiché, si torna all’indebitamento. I 6,6 miliardi del 31 marzo dovrebbero via via ridursi fino a scendere sotto i 5 miliardi entro il 31 gennaio. Poco, è vero, rispetto ai 5,049 miliardi di fine 2015, ossia dell’anno che ha portato nelle casse Fca la preziosa liquidità dell’operazione Maranello. L’azzeramento del debito, però, Marchionne l’ha promesso per il 2018. Quando sarà completato il piano industriale in corso, quando l’amministratore delegato lascerà Fiat Chrysler ma quasi certamente non Ferrari e forse neppure Exor, quando quel «dialogo» pro-consolidamento che «continua con chi è interessato, dobbiamo essere molto open mind, abbiamo bisogno di tempo» (sono le parole ripetute ieri in conferece call ) potrebbe sfociare nella fusione cui i vertici Fca puntano sempre più convinti.

Arrivarci — sempre che alla fine si trovi un partner altrettanto convinto — con zero debiti sarà chiaramente essenziale. Perciò Marchionne ribadisce e rilancia: «Siamo impegnati a ridurre il passivo su basa annua e a raggiungere il 2018 seduti su una pila di contanti».

Raffaella Polato

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