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Fiat Chrysler scommette su Macri, 500 milioni in Argentina

È un dichiarato, evidente effetto del new deal promesso per l’Argentina dal neo eletto presidente Mauricio Macri. Che non a caso, ieri, ha accompagnato Sergio Marchionne a Cordoba. L’annuncio lo hanno dato insieme: la storica fabbrica Fiat, costruita più di vent’anni fa e mai davvero decollata (cause le tante crisi che si sono susseguite a Buenos Aires), entra a pieno titolo e con «un ruolo centrale nel sistema industriale di Fca in America Latina».

La mossa che «dimostra un profondo cambio di strategia e sancisce l’inizio di un nuovo corso per Fca in questo Paese» — le parole sono ancora quelle dell’amministratore delegato — è un investimento da 500 milioni di dollari. Servirà ad ammodernare totalmente le linee; ad avviare una nuova piattaforma; a costruire un nuovo modello, a partire dalla seconda metà del 2017, con una potenzialità di 100 mila vetture l’anno destinate per l’80% all’export.

Marchionne, accanto a Macri e davanti ai dipendenti di Cordoba, assicura che lo stabilimento rientrerà d’ora in poi «a pieno titolo nel network produttivo di Fca, da cui assorbe le tecnologie più aggiornate e la vocazione globale». E se nella scelta, forse, una piccola parte l’ha avuta il declino (temporaneo?) dell’ex «tigre» brasiliana (Paese in cui Fiat Chrysler è da sempre leader e dove il gruppo ha da poco raddoppiato la capacità produttiva), è certa la scommessa sul nuovo inquilino della Casa Rosada. Il fattore incentivi — nel senso di dazi all’export da eliminare, o di politica per lo sviluppo di un «parco fornitori» concorrenziale — non è ovviamente secondario. E infatti una nota del gruppo «riconosce la volontà del governo di attivare misure volte al miglioramento del livello di competitività del settore». Ma c’è, anche, un esplicita dichiarazione di fiducia «politica». Marchionne crede, nella svolta promessa da Macri. E lo dice: «I primi segnali del nuovo governo parlano di efficienza, ricerca di stabilità e attenzione alla competitività. Parlano di impegno per dare al Paese prospettive solide di crescita». Il contrario di quello che, in questa fase, si vede in Brasile.

Raffaella Polato

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