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«Fiat Chrysler nel segno di Umberto»

Sullo sfondo, una gigantografia di Umberto Agnelli sorridente. Accanto, un titolo: “L’impegno straordinario di un uomo”. Al microfono, Andrea Agnelli. L’uomo di cui si parla era suo padre, «l’impegno straordinario» l’hanno appena testimoniato Sergio Marchionne e Pavel Nedved, Enrico Letta e l’ambasciatore giapponese Masaharu Kohno, i sindaci di Torino Piero Fassino e di Sestriere Valter Marin. Tocca ad Andrea, presidente della Juve (e in sala ci sono Gigi Buffon, Antonio Conte, Antonio Giraudo), mettere la cornice all’affresco senza retorica che ne è uscito. Questa frase, forse, è sufficiente a racchiuderlo: «Diceva che tutto quello che la famiglia ha lo deve alla Fiat. Dunque, per la Fiat noi dobbiamo essere sempre pronti. Stanno qui il rispetto dovuto a chi ci ha preceduto e la consapevolezza che ciò che ci è stato dato va traghettato alle future generazioni». 
Non si riferisce solo alla dinastia, Andrea, anche se a ricordare Umberto a dieci anni dalla morte, oltre a manager e amici storici come Luca Cordero di Montezemolo o Gabriele Galateri, ci sono almeno tre generazioni: dalla sorella Maria Sole, all’altra figlia (Anna, accanto alla madre Allegra), ai figli dei figli (Baia e Giacomo, quelli di Andrea; Asia, quella dello scomparso Giovanni Alberto, con la madre Avery). E c’è, ovvio, il nipote cui l’Avvocato e lo stesso Umberto hanno passato il testimone: John Elkann. È lui, il plenipotenziario di oggi, che con lo zio ha vissuto il periodo più drammatico del Lingotto. Dirà, all’uscita: «Mi coinvolse, da lui ho imparato molto. È stato un punto di riferimento fondamentale per tutti noi e la coesione che riuscì a creare fu molto importante: non dimenticate quanto eravamo isolati».
Già. Isolati e in una tempesta perfetta. La Fiat era a un passo dal fallimento. Le banche premevano per uno “spezzatino” che per l’auto sarebbe stato il de profundis. E dell’amministratore delegato scelto, o imposto, allora, si scopre ora che Umberto iniziò presto a non fidarsi. Nessuno cita Giuseppe Morchio. Ma è Fassino il primo a rivelare: «Mi disse, determinato e irritato: “Nessuno può pensare di sottrarre la Fiat alla famiglia, perché la Fiat è la storia della famiglia”. Più avanti mi indicò in Marchionne un uomo su cui il gruppo poteva contare».
È qui, Marchionne. Tocca a lui “testimoniare” Umberto. Lo farà con una certa commozione, come accade quando ricordi «persone rare e preziose: la sua semplice presenza, il suo alto profilo etico, la sua autorità morale erano — anche — il collante che serviva alla Fiat». Lo farà, ancora, sottolineando che «se la Fiat ha avuto la possibilità di dimostrare quello che vale, lo dobbiamo al suo esempio. La Fiat di oggi ha i suoi tratti: la sua vocazione globale e la sua larghezza di orizzonti, la sua apertura mentale e culturale, la sua coerenza e la sua onestà intellettuale, i suoi valori e il suo radicato senso del dovere». Prima, tuttavia, pure da Marchionne arriva un accenno — veloce, ma non inosservato — ai «dubbi umbertiani» appena rivelati da Fassino: «L’ho visto gestire i momenti difficili. Anche quelli collegati con un certo manager».
Così, quasi en passant esattamente come i commenti di sul voto di domenica («Si comincia da qui» per Marchionne, «Un segnale di grande volontà riformista» per Elkann), la giornata di Sestriere aggiunge qualche tassello al puzzle mai del tutto ricomposto di quel drammatico 2003-2004. Come farà poi, a Torino, Gianluigi Gabetti. Che conferma: «Sì, quando Umberto si ammalò mi disse anche: tenga sotto controllo Morchio». E che poi, in serata, a un incontro pubblico con Massimo Gramellini, ai ritratti della mattinata aggiungerà il suo: «Per tutta una vita ci sono state una grande quercia, l’Avvocato, e una bellissima pianta di fiori che l’ombra della quercia però oscurava. Caduta la quercia quei fiori li abbiamo visti tutti. Peccato abbiano avuto così poco tempo».

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