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Fiat Chrysler in ottobre a Wall Street

L’appuntamento è per il prossimo 6 maggio a Detroit: sarà in quella data che Sergio Marchionne e la sua squadra presenteranno il piano industriale della nuova Fiat Chrysler Automobiles. Per quella data dovrebbero essere più chiari anche i tempi delle nozze tra Fiat e Chrysler, della quotazione a Wall Street e dell’eventuale operazione di rafforzamento patrimoniale del gruppo. Per lo sbarco a Wall Street «il nostro sogno è di farcela per il 1° ottobre», ha detto ieri Marchionne. Il prestito convertendo «è una delle ipotesi sul tappeto, e in ogni caso non arriverebbe prima della quotazione a New York, quindi nel 4° trimestre di quest’anno». E se Fiat vendesse invece qualche asset, come chiedono molte banche? Il manager si è tenuto le opzioni aperte: un’operazione simile «non farà parte del piano che presenteremo a maggio, ma non significa che poi fra sei mesi non decidiamo che si debba fare qualcosa». Un’altra possibile fonte di finanziamento è la liquidità di Chrysler, il cui utilizzo è però vincolato dalle clausole dei prestiti accesi dall’azienda Usa. Per quanto riguarda tal limiti, Marchionne ha ricordato che Chrysler può distribuire liberamente il 50% degli utili e ha aggiunto che in ogni caso l’azienda Usa contribuisce al finanziamento degli investimenti fuori dagli Usa, a cominciare da quello a Melfi per la piccola Jeep.
Proprio quest’ultima, presentata ieri qui a Ginevra, è al tempo stesso un modello storico e un esempio dell’evoluzione del gruppo verso una sempre maggiore integrazione industriale. La Jeep Renegade, una piccola fuoristrada che viene già prodotta in pre-serie nello stabilimento di Melfi, è la prima Jeep prodotta in Europa e dovrebbe saturare – insieme alla 500X che verrà costruita sulla stessa piattaforma – lo stabilimento di Melfi. La produzione della Renegade partirà il 14 luglio seguita «entro sei mesi» dalla 500X. Con queste due vetture «io spero di poter utilizzare tutti i nostri dipendenti di Melfi e magari anche di farne lavorare anche qualcuno di Pomigliano» ha detto Marchionne. Il riferimento a Pomigliano non è casuale, proprio nel giorno in cui Fiat Chrylser fa sapere di aver avviato la procedura per un altro anno di cassa integrazione per gli addetti dello stabilimento campano; secondo quanto comunicato dai vertici aziendali a sindacati ed Inps, la misura – che riguarda 1.200 addetti su 4500 – è imposta dal persistere delle condizioni di crisi del settore: Fiat ha venduto l’anno scorso 150mila Panda in Europa contro le 250mila che era l’obiettivo per Pomigliano. Le cose non sembrano destinate a cambiare in tempi brevi. «La crisi è ancora qui, anche se c’è un certo miglioramento» ha detto Marchionne. La ripresa nel nostro Paese «non ci sarà nel 2014 e non ho la minima idea se sarà nel 2015 o 2016; il vero problema è la mancanza di capacità di spesa dei clienti finali». Se Melfi spera nella Jeep, Mirafiori si affiderà alla Maserati. «Il problema di Mirafiori non c’è perché utilizzeremo le sue capacità produttive per accompagnare lo sviluppo internazionale della Maserati» ha detto Marchionne. La concept car Alfieri, presentata qui a Ginevra, «potrebbe essere potenzialmente prodotta a Mirafiori. Mirafiori diventa quindi la fabbrica di Maserati? «Lo è già. Adesso fa la Mito, ma con il tempo dovrà spostarsi sull’alto di gamma. E se non bastasse Maserati, «c’è l’Alfa Romeo sotto».
Per quanto riguarda la politica, Marchionne e John Elkann – presidente della Fiat – non si sono sbilanciati in giudizi sul cambio di Governo in Italia. «Noi siamo filogovernativi in maniera assoluta» ha detto Marchionne; ed Elkann si è augurato che «ci sia la stabilità necessaria, e che produca risultati positivi». Alcune delle misure preannunciate dal Governo Renzi, come il taglio del cuneo fiscale, «erano dovute da parecchio tempo», dice Marchionne. Per quanto riguarda invece il contenuto del cosiddetto jobs act di Renzi, «analizzeremo i dettagli a tempo debito. La cosa importante da riconoscere è che la Fiat ha preso una serie di accordi con i sindacati, che hanno creato una base su cui portare avanti il nostro progetto industriale in Italia. L’impegno nostro è invariato anche senza il jobs act».
Intanto, sul fronte americano, Chrysler ha ritirato la richiesta di fondi per 700 milioni di dollari al governi federale e dell’Ontario per ampliare le attività in Canada, assicurando che effettuerà ugualmente gli investimenti.

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